DINA FERRI.
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Quaderno del nulla.
Frammenti del diario lirico di una pastorella senese.
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1931. Fratelli Treves Editori, MILANO.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Testo fornito da Paolo Alberti e Catia Righi. Associazione Culturale "Liber Liber". http://www.liberliber.it/
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Indice.
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Introduzione. del curatore Piero Misciattelli.
Poesi e lettere.
Le ultime lettere.
Note al testo.
Bibliografia.
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FINE Indice.
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INTRODUZIONE. del curatore: Piero Misciattelli.
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"La mia vita fino ad oggi?  un libro di quattro pagine", scriveva di s Dina Ferri pochi giorni prima che la morte cogliesse il fiore dei suoi vent'anni. A questo giudizio aggiungeva, subito dopo, una malinconica riflessione: "Come per le viole, la prima  pi odorosa. L'ultima  sgualcita dalla pioggia, proprio come l'ultima mammola piegata su lo stelo dall'acquazzone d'estate. Torner il sole?".
La luce del sole si spegneva per sempre agli occhi della giovane poetessa, il 18 giugno 1930, nello Spedale di Siena, dopo quattro mesi di atroci sofferenze da lei sopportate senza lamentarsi mai, forte della sua fede in Dio, distesa sul letto n. 185 di una nuda corsa, nel reparto delle donne povere, ove fui a rivederla e potei salutarla, l'ultima volta, una settimana prima della sua dipartita.
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I prolungati patimenti del morbo implacabile che la consumava, una fiera tubercolosi intestinale, avevano affinati i tratti robusti del suo volto, ove, rischiarandone il pallore, ardevano per la febbre che non l'abbandonava i grandi occhi neri, vivi di bont e d'intelligenza: le mani scarne, gi use ai lavori campestri, ingentilite, somigliavano a due tremuli gigli.
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Quando, per confortarla, le dissi parole di speranza, le pie menzogne con le quali si cerca di nascondere ai moribondi la cruda realt, ella non rispose; mi sorrise l'ultimo addio, e lessi nel suo sguardo tranquillo la certezza dell'atteso destino.
Riuscite vane tutte le cure, fu deciso, per consiglio dei medici, un intervento chirurgico come tentativo supremo per vincere il male. Ella accondiscese, rassegnata, a quest'ultimo strazio. La mattina dell'operazione, dopo essersi confessata e comunicata, salut con lieto viso le compagne di pena; poi, con gesto di singolare raffinatezza volle lavarsi tutta con acqua di Colonia, ed essendone avanzata nella boccia la diede alla sua vicina di letto, dicendole: "Puoi tenerla, tanto io non ritorno". Amorevolmente ringrazi la buona suora che l'aveva assistita come una mamma, incaricandola di salutare gli amici lontani, e nel congedarsi da lei soggiunse: "Ora m'addormento e non mi sveglier pi". Mor, difatti, pochi minuti dopo l'operazione.
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La notizia della sua fine mi pervenne, il giorno stesso, in una campagna poco lungi da Siena, e giunsi in tempo per rivederla morta. Quando fui nell'atrio dello Spedale, chiesi a un inserviente di poter visitare la salma della Ferri. Egli mi condusse in un sotterraneo della casa dolorosa, per una scaletta buia angusta ripidissima. Attraversai un corridoio lungo, squallido. Nel fondo era una stanza piccola, bianca di calce, senza un mobile, senza una candela: uno dei depositi adibiti a custodire i cadaveri dei poveri deceduti nello Spedale, che poi si trasportano alle Sale anatomiche per servire agli studi dei professori della Facolt universitaria di chirurgia e medicina.
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Vidi la giovinetta ravvolta in un lenzuolo, su di un letto di ferro. Pareva che dormisse. Era solo un poco pi bianca di quando m'era apparsa, pochi giorni innanzi, nella corsa luminosa. Ma ora nel volto angelicale vedevasi diffusa una grande pace. Sul corpicino affusolato erano sparsi alcuni fiori dei suoi campi di Ciciano inviati con affettuoso e gentile pensiero dalle amiche di laggi a mezzo dei parenti giunti troppo tardi per assistere al suo trapasso. Quegli umili fiori campestri, dalle tinte accese, riuscivano da soli a sgombrare un poco la tristezza della nuda e fredda stanzetta sotterranea. Fra le luci del tramonto che filtravano da una finestrella alta, i pochi fiori della sua terra avevano recato alla poetessa pastora il saluto e il sorriso che le sarebbero stati certamente pi cari e graditi.
I funerali - una semplice benedizione della salma nella severa chiesa dello Spelale - ebbero luogo il giorno appresso: c'erano il babbo, la mamma, il fratello, pochi amici, alcune sue maestre e compagne di scuola.
Accompagnammo il feretro al Cimitero della Misericordia. Dinanzi alla fossa fu sollevata la copertura della povera cassa di legno, e il sole irraggi per l'ultima volta le sembianze della fanciulla, tutta vestita di bianco, le braccia conserte, con un piccolo crocifisso sul petto; un'aria di beatitudine paradisiaca le aleggiava sul viso. Un poeta senese, Aldo Lusini, disse poche e alte parole di saluto con la voce del cuore. Poi la bara, richiusa, discese nella fossa e scomparve sotto la terra nera, in mezzo a una pioggia di fiori.
Dina Ferri era nata il 29 settembre 1908 ad Anqua, in un podere detto Prativigne, nella terra senese di Radicondoli, da poveri contadini. Il babbo, Santi, la mamma, Rosa Vichi, si trasferirono pochi anni dopo in altro podere noto sotto il vocabolo San Carlo, poco lungi dal borgo di Ciciano, frazione del Comune di Chiusdino, nella provincia di Siena.
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In una delle sue prose pi commosse la Dina ricorda quando, bimbetta, giunse a Ciciano dal luogo nato. I Ferri hanno abitato fino a quest'anno il casolare ove la fanciulla, insieme al fratello Amilcare, alla sorellina Orietta, nata nella nuova dimora, ai vecchi nonni e a due zii, trascorse gli anni pi felici.  una rustica casa di pastori, d'aspetto miserabile. Sopra la stalla  la cucina, bassa, affumicata, con una sola finestra, l'acquaio, il focolare grande, la vecchia madia, una tavola e poche sedie di scarcia. Da questa si accede alle due anguste stanze da letto, e, per una traballante scala di legno, al solaio. Sotto l'arco d'ingresso, che d nella cucina, si apre la bocca del forno per cuocere il pane.
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Il paesaggio che circonda la casupola  di una bellezza nobile e severa, dominato dal poggio di Montieri che si eleva a pi di mille metri sul livello del mare, e dalla montagna ove sorge il vecchio castello di Chiusdino. Il borgo di Ciciano, a circa mezzo chilometro dal podere dei Ferri, si adagia fra colline vestite di viti e d'olivi, che mettono una nota di dolcezza in questa campagna boscosa e selvaggia. Fin da piccina la Ferri fu mandata per i pascoli montani a guardare le pecore. Dai nove ai dodici anni frequent le prime tre classi elementari nella scuola di Ciciano. Poi i genitori, facendole interrompere gli studi, la rimisero a pascolare le greggi; ma la piccola Dina aveva messa tanta passione nello studio, che ogni tanto, di nascosto, andava a prendere qualche lezione da una compagna di scuola, e sempre, nella solitudine dei monti, mentre badava alle bestie, aveva seco il quaderno al quale principi a confidare i suoi pensieri, i canti della sua anima inquieta, innamorata delle voci misteriose della natura.
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La poesia le fior nel cuore cos, spontaneamente, senza che alcuno le apprendesse i principi dell'arte metrica; ed ella cominci a scrivere in versi con variet di ritmi e di accenti, nei giorni sereni ed uguali dell'adolescenza, ascoltando i canti degli uccelli, il mormoro dei rivi gementi fra i sassi, rimanendo lunghe ore assorta a contemplare i campi assolati, le nuvole che vanno per le vie dei cieli, le luci delle aurore e dei tramonti. Ma non pensava affatto a diventare una poetessa; le sorrideva il sogno di potere aiutare la mamma nel governo della casa ed essere un giorno una brava cucitrice di bianco. L'11 gennaio del '24, essendo andata, come di consueto, in un campo a falciare l'erba per le bestie, con il trinciafieno si tronc nette tre dita della mano destra.
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Il dolore pi grande della piccola mutilata fu quello di vedersi resa inabile per sempre ai lavori di cucito; e i genitori, per consolarla, decisero di farle proseguire i corsi elementari. Nella scuola di Chiusdino frequent, negli anni scolastici 1924-25 e 1925-26, la quarta e la quinta classe sotto la guida della brava insegnante Giuseppina Cairola. Ogni giorno la pastorella si levava all'alba per fare i suoi compiti, e, sfidando i rigori dei tempi cattivi, percorreva a piedi, fra il viaggio di andata e ritorno, circa dieci chilometri di strada per assistere alle lezioni.
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Su la fine dell'aprile '26, l'ispettore scolastico professor Barni venne a visitare le scuole di Chiusdino. Ebbe nelle mani i diciannove quaderni che contenevano il diario della Ferri e, dopo averli scorsi, rimase talmente meravigliato della forza stilistica vibrante in alcune di quelle prose e della bellezza semplice e commossa di poesie come La morticina, Part, Due novembre, che stentava a credere l'avesse scritte la pastorella. Ma la maestra disse all'ispettore: "Dina Ferri scrive meglio di me". Da quel giorno il professor Barni prese a cuore la sorte della fanciulla; persuase i genitori a mandarla innanzi negli studi, e non avendo essi i denari necessari per mantenerla in Siena ove sono i Corsi Magistrali, tanto si adoper presso il Provveditore, che riusc ad ottenere per lei un sussidio annuo dal Monte dei Paschi.
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Al principio dell'anno scolastico 1927, la Ferri, ormai diciottenne, fu accolta nell'Istituto di Santa Caterina, ove in soli tre anni, studiando appassionatamente, e bench minata dal male che doveva ucciderla, percorse con onore le quattro classi magistrali inferiori.
Per le feste natalizie e pasquali e per le vacanze estive, tornava sempre ai suoi monti di Ciciano e si rimetteva a pascolare le pecore, ad aiutare il babbo e la mamma nei lavori dei campi. Solo fra i boschi ella si sentiva veramente felice: nel Convitto senese aveva la sensazione di essere una prigioniera e la pungeva acutamente il desiderio nostalgico della libera vita agreste.
In quella mirabile confessione lirica del suo pi intimo tormento spirituale, che si legge nel Quaderno del nulla: "Era il mio nido una capanna dimenticata....", ella cerc di esprimere il contrasto fra l'esistenza semplice di pastorella ignara cui l'aveva destinata la nascita e quella di studiosa verso la quale fu sospinta dalla sorte.
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Il babbo della Dina mi diceva un giorno come questa sua figliuola, da bimba, fosse d'indole aperta, allegra, loquace: pi tardi, quando cominci a frequentare la scuola, si acu dolorosamente la sua sensibilit, un'ombra di mestizia le vel quasi sempre lo sguardo e divenne precocemente grave e taciturna. Ogni miseria umana la faceva soffrire. Quando si ritrovava sola col babbo, uomo incolto ma di vivida intelligenza,(1) che fu sempre il suo migliore amico, gli chiedeva spesso ansiosamente: "Perch c' tanto male nel mondo?". La piccola pastora avrebbe voluto che tutti fossero buoni e felici. Era piena di tenerezza accorata verso gli esseri vinti dalla vita, e le pagine del suo Diario raccolgono echi di tristezze smarrite lungo sentieri senza ritorno, musiche di povere anime doloranti, quando non cantano le varie ed eterne bellezze della natura o non echeggiano virilmente le imprese di eroi caduti o feriti nella nostra guerra.
Dina Ferri amava grandemente l'Italia; ebbe fede nella sua vittoriosa ascesa; sent il fremito superbo di riscossa della giovent fascista; ammir Benito Mussolini.
Il mondo lirico della giovane poetessa senese  vivo per il vasto senso di umanit sofferta che racchiude.
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Questa fanciulla, morta sui ventun anni, non varc le frontiere della sua provincia; non conobbe altra citt che Siena; vide una sola volta il mare, ma lontanissimo, dalle Cornate di Gerfalco, nel tremolo luminoso d'un tramonto estivo; non viaggi mai in ferrovia e solo poche volte nell'automobile pubblica che fa il servizio da Chiusdino a Siena. Am i libri, ma n'ebbe e lesse assai pochi all'infuori di quelli scolastici. In una delle ultime lettere scritte ai genitori dallo Spedale, in data 5 aprile 1930, leggiamo queste parole: "Curate ora e sempre i miei libri; anche se io non li adoprer pi, desidero che siano conservati e bene. Essi sono tutto per me: la gioia semplice della mia fanciullezza e la speranza della mia giovent. Tante cose mi avevano rivelato in silenzio, e io imparavo ad amare e godere le cose belle e buone. Erano i miei amici fidi e non ciarlieri, e sola con essi vivevo per ore e ore in un mondo tutto spirituale..." Il dono di un libro la colmava di gioia come quello di un fiore. Nella nuova dimora dei Ferri la piccola Orietta custodisce adesso gelosamente in una scansa le carte e i libri che furono l'unico tesoro della sorella maggiore. Sono tutti lindi, e ricoperti da foderine di carta, ch denari per rilegarli ella non aveva.
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Gli autori da lei preferiti furono i classici latini, ai quali si accost con amore nelle classi Magistrali, e i grandi poeti italiani. Pi di tutti ammirava Dante. Del Petrarca disse un giorno al babbo: " certo un poeta, ma non la finisce mai con quella sua Laura, e diventa uggioso". Gustava i libri di storia antica e moderna, e le riusc molto gradito il dono d'un manuale di storia dell'arte ricevuto poco tempo prima che si ammalasse. Dei nostri poeti contemporanei conosceva poche cose sparse nelle antologie. Degli stranieri nulla. Nella sua piccola biblioteca non figurano n il Carducci, n il D'Annunzio, e il Pascoli con il solo libro di Myricae che le fu donato nel '28, e lesse allora per la prima volta, quando aveva gi scritte quasi tutte quelle liriche che a un critico letterario potrebbero forse apparire inspirate dalla musa del poeta di Barga. Dei nostri romanzieri solo il Panzini  rappresentato nella bibliotechina della poetessa, e per questo scrittore la Ferri aveva una grande ammirazione.
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Nell'Istituto senese di Santa Caterina, alla giovane reclusa, come alle altre alunne, erano controllate severamente le letture. Una compagna di scuola della Dina ebbe poi a confermarcelo in una sua lettera, ove, tra l'altro, scrive: "Amava molto i libri del Panzini, ed io le avevo parlato del Victor Hugo; ma il collegio non fece eccezioni alla rigida regola e i libri del grande francese rimasero, ohim, polverosi negli scaffali, e del Panzini si potette avere La lanterna di Diogene solamente!" Ma poi la Ferri riusc a procurarsene altri. La sua grande inspiratrice fu la Natura; di fatto non riusciva a scrivere per s, e secondo il suo cuore, che nel periodo delle vacanze, quando ritrovavasi nella campagna di Ciciano. Nel collegio senese era obbligata a muoversi e lavorare su la falsariga delle direttive scolastiche. Raramente le fu concesso di poter ammirare le bellezze artistiche di Siena. La ricordata amica ce lo conferma nella medesima lettera: "Quand'io le parlavo delle meravigliose pitture del Sodoma, m'ascoltava trasognata e sospirava. Un giorno, finalmente, ottenni dalla signora Direttrice d'accompagnarla a la Misericordia per farle osservare le sculture del Sarrocchi e del Dupr. Solamente chi impallidisce e trema di fronte a un capolavoro - non per sciocca posa sentimentalista ma per sentimento - pu comprendere il pallore e il tremito convulso della Ferri dinanzi all'Ezechiello e alla Piet".
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Quando una cosa bella la commuoveva pi addentro, non riusciva, sul momento, ad esprimersi con parole. Taceva. Mi fu concesso, una domenica, dalla Direttrice dell'Istituto, il permesso di condurla ad udire un concerto nel Salone del mio amico Guido Chigi Saracini, che fu tra i primi ad apprezzare l'ingegno della pastorella e a interessarsi di lei. La Dina non aveva mai assistito all'esecuzione di buona musica da camera, e pot goderla quella sola volta nella sua vita.
Fu la sera del primo aprile 1928. Suonava al piano Arturo Rubinstein. Durante l'intero programma, la Ferri rimase immobile su di una sedia, con gli occhi smarriti, quasi fosse perduta in estasi. Alla fine d'ogni pezzo, quando dal folto pubblico scrosciavano gli applausi, ella non partecipava all'entusiasmo generale: contenendo la sua commozione, non la tradiva neppure con un gesto, rimanendo impassibile, muta, lontana. Ma allorch il grande pianista attacc il quarto tempo della meravigliosa Sonata in si bemolle (Opus 35), ove - ed ella non lo sapeva - passa il trionfo della Morte, io vidi ad un tratto il viso della Dina impallidire e due grosse lagrime rigarle le gote, senza che ella si curasse di nasconderle o di asciugarle.
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Dopo il concerto, avendo parlato a Rubinstein di questa sua giovine e strana ammiratrice, egli volle conoscerla. La fanciulla stese all'artista celebre la mano monca delle tre dita, ma non gli fece neppure un complimento, non profer verbo, fissandolo con i suoi grandi occhi neri.
Anche alle persone amiche confidava di rado i suoi sentimenti: interrogata, rispondeva il pi delle volte secca e breve, onde dava l'impressione d'essere orgogliosa e scontrosa a coloro che non la conoscevano intimamente.
Dina Ferri era fatta cos.
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Aldo Lusini fu il primo a richiamare l'attenzione del pubblico italiano su Dina Ferri, pubblicando nella nostra Rassegna d'arte e vita senese La Diana, un saggio delle poesie composte dalla pastorella, mentre frequentava, tuttavia, le classi elementari di Chiusdino. Egli le trascrisse con fedelt da un quaderno scolastico che la Ferri custod sempre gelosamente fino al giorno della morte e non mostr che a pochissime persone. Su la prima pagina del medesimo ella aveva apposto con la sua scrittura minuta d'anima schiva e amante dell'ombra questo titolo: Quaderno del nulla.
Quelle poche liriche apparse su La Diana ebbero una larga risonanza, e diversi critici dei nostri maggiori quotidiani e di riviste letterarie ebbero a giudicarle con parole assai lusinghiere. Uno scrittore del giornale La Nazione osservava: "Tutte le notazioni liriche di questa pastorella senese hanno la meraviglia della naturalezza e l'inimitabilit della forza". E un altro su La Tribuna: "Con Dina Ferri  davvero una voce nuova che sorge a dare gioia agli assetati della pi semplice poesia, che non ha regole o discipline di retori".
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Ai critici pi sagaci apparve subito visibile l'inimitabilit della forza racchiusa nello stile della giovinetta venuta dai campi e la gioia nuova ch'ella poteva dare agli assetati della vera poesia, non mai fatica di retori, ma limpidezza di visione, purezza di canti che sorgono dal cuore.
Tra i consensi e gli elogi che le giungevano da ogni parte, Dina Ferri parve stupirsi dell'improvvisa e rapida notoriet aleggiante intorno al suo nome. Non aveva mai creduto che le piccole liriche del suo Quaderno del nulla valessero qualcosa, e tanto meno pensava che alcuno potesse darle alla stampa. Quando il Lusini le invi un giornale che recava un articolo pieno di elogi su di lei, cos rispondeva il 28 ottobre 1928: "Ricevetti il giornale che tanto gentilmente Ella m'invi, e, nonostante sappia benissimo di non meritare nemmeno in piccolissima parte quello che lessi, avrei voluto inviarle subito i miei vivi ringraziamenti, ma l'aver saltato una classe mi d ora tanto lavoro e proprio non ho potuto prima".
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Il primo successo letterario non scosse affatto la pastorella, e tanto meno l'insuperb, continuando a preoccuparla solamente i suoi studi.
Alla fine dell'anno scolastico 1929, Dina Ferri fu promossa alle Magistrali superiori. Nelle vacanze estive torn, come al solito, nella casetta di Ciciano e lietamente si rimise a condurre al pascolo le greggi. Il 30 luglio del '29 m'inviava dal podere una cartolina ove diceva: "Ricordandola sempre, la saluto da questi boschi insieme a tutti i miei piccoli e grandi amici". I buoi i giovenchi le pecore gli agnellini erano gli amici ai quali la poetessa restava fedele, bench la sua fama di scrittrice fosse ormai nota a molti in Italia.
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Le fatiche durate nell'anno per passare agli esami, e un grave attacco d'influenza che nell'inverno l'inchiod sul letto per un mese e mezzo, avevano scossa gravemente la sua fibra gi tanto cagionevole. Ora ella sperava di riaversi nella pace campestre del suo Ciciano, onde poi riprendere il lavoro con nuova lena. Ma non fu cos. Nell'agosto seguente tornava ad ammalarsi; e s'inizi la lotta contro il morbo insidioso che non si era ancora scoperto ai medici.
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Al Lusini, che insistentemente la pregava d'inviargli il Quaderno del nulla e di ragguagliarlo intorno ai suoi lavori, ella rispondeva il 12 ottobre mandandogli il quaderno con alcuni nuovi canti, e diceva: "Scusi se alcuni sono scritti in lapis; ero a letto e non potevo fare diversamente. Poveretti, saranno tutti malati, come me!". Ma il cuore le si era aperto al sorriso di una pallida speranza. Per consiglio del medico curante, passava dieci giorni a letto ed uno alzata. "Da due giorni per - scriveva - la febbre  scomparsa e pare che il male cominci ad essere vinto". Tregua, purtroppo, assai breve. I suoi vent'anni lottavano disperatamente con la morte che si avvicinava inesorabile.
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Quando si riapersero le scuole non pot presentarsi con le altre alunne all'Istituto. Il 5 dicembre allett per non rialzarsi pi. Il 14 febbraio, in autolettiga, fu trasportata allo Spedale civile di Siena. E cominci la lunga crudele agonia.
Dalle brevi confessioni liriche in prosa e in versi scritte faticosamente con la tremula mano febrile su le pagine del suo quaderno, nella triste corsa, fra i lamenti delle malate che pativano e morivano accanto a lei, come dalle ultime lettere tragicamente umane inviate ai genitori dallo Spedale, traspariscono le pene gli smarrimenti le ribellioni i ritorni di quella povera piccola dolorosa creatura verso la vita che le fuggiva con tutti i sogni della giovinezza, e, finalmente, il desiderio di raggiungere la pace dell'oltretomba invocata dal suo cuore. Quando le apparve vana ogni speranza di poter guarire, si rifugi coraggiosamente nella sua fede semplice e schietta; compose la stupenda preghiera che recitava ogni sera, e guard in faccia "la bella signora dall'abito nero" che visita tutti i giorni le corse di un grande ospedale, e "addormenta l'ultima volta sotto la carezza delle sue gelide dita".
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Ormai, rassegnata a morire, di una sola cosa si affliggeva: la nullit della sua breve esistenza e il pensiero di essere stata sempre di peso alla famiglia; fonte di preoccupazioni di sacrifici di dolori di spese ai parenti, poveretti, costretti dalla miseria a campare duramente la vita, a guadagnarsela col sudore della fronte. "Davvero, - scriveva pochi giorni prima di scomparire - quante speranze, quanti sogni accarezzati nella stanchezza del sonno, dopo ore e ore di lungo lavoro, sono svaniti nel giro breve di pochi mesi! Meglio per me e per tutti non avessi desiderato mai cambiare la mia posizione! Infatti, se fossi sempre rimasta vicino a voi e avessi lavorato come da bimba cost, potrei dire di avere impiegato il mio tempo con resultato; cos invece no. Ho saputo solo sognare di rendervi un giorno contenti, ma non avevo mai pensato che i miei giorni fossero tanto pochi!  proprio vero, come dice un verso di cui ignoro l'autore, che "con vent'anni in cuore - sembra folla la morte, - e pur si muore". Ma ormai  cos; coraggio e avanti."
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Il coraggio di patire fortemente, fino all'ultimo, certo non le manc: ma pi splendido del suo coraggio fu il generoso impulso del cuore che non badava a s, ma ai genitori e ai fratelli, e la spingeva a chieder loro umilmente perdono della propria malattia e della sua morte.
Quando, fanciullina, si mozz le tre dita della mano destra, la Societ Nazionale per gli Infortuni sul lavoro ebbe a liquidarle millesettecento lire che vennero, a nome di lei, depositate al Monte dei Paschi. Per poter prelevare anche una parte di questa somma alla Banca, occorreva la firma della piccola mutilata. Il babbo, quand'ella ammal, ritrovandosi senza denari, dovette chiederle l'autorizzazione di attingere a quella fonte per sopperire alle spese e ritir settecento lire. Negli ultimi tempi della malattia avrebbe desiderato di riscuotere ancora un po' di quel denaro perch la figliuola fosse meglio assistita nello Spedale. La Dina vi si rifiut energicamente, motivando cos la sua ragione: "Ho firmato il foglio che mi mandasti, ma non firmer pi nulla. Quello che ho detto, ho detto. Le mille lire devono restare a te e mamma per la vostra vecchiaia.  inutile spendere tanto per me, quando tante spese non devono dar risultato. Da un lato era forse meglio non fossi venuta, ch a quest'ora tutto era finito".
Questo fu il cuore di Dina Ferri.
Quel piccolo libro che la pastorella senese intitol Quaderno del nulla, non era destinato alla pubblicazione. Le pagine nelle quali la poetessa veniva trascrivendo via via dai suoi diari scolastici le cose pi intimamente sentite e vissute e che perci amava talvolta rileggere e meditare, non costituiscono un lavoro organico ed ella non avrebbe certo consentito che fossero tutte stampate.
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A malincuore e arrendendosi alle nostre vive insistenze, permise una volta sola che dessimo un saggio di alcune sue liriche su La Diana. Ma oggi che ella  morta, oggi che si  spenta per sempre la voce di questa fanciulla della nostra terra, che avrebbe potuto sollevarsi ben alta nei cieli musicali dell'arte, a noi sembra doveroso di raccoglierne l'eco, di fermarne la memoria.
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Pi che un documento letterario, il Quaderno del nulla, dal quale abbiamo staccate e pubblichiamo adesso le pagine migliori, rappresenta un documento umano di forte serena bont. Attraverso l'anima di questa donna, che possiede tutte le virt originarie e tradizionali della nostra razza, del nostro popolo, ogni esperienza dolorosa, avvivata dall'amore, diventa luce di pura poesia.
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Dina Ferri era senese: la lingua italiana, sangue del suo sangue. Mirabile in lei la grazia fluida e semplice, la propriet dei vocaboli, la fermezza dello stile.
Quando rileggiamo alcune di quelle sue liriche che hanno il colore delle albe o dei tramonti, la trasparenza di cieli azzurri, ci sembra di bere ad una limpida fonte montana. Questa poetessa non alza mai la voce, sdegna i gesti retorici, le frasi enfatiche, la ricerca degli aggettivi preziosi, tutti gli effetti letterari di cattivo gusto: ha la castit e il vigore dei nostri trecentisti. Ella vede, medita, canta; e nel canto sentite il ritmo del suo respiro, la pena del suo sospiro. Non s'indugia nelle descrizioni, nelle rievocazioni; ma sa disegnare un volto umano con acuta penetrazione psicologica, cogliendone i tratti essenziali, in iscorcio; ferma la bellezza del paesaggio con rapide pennellate, dipingendo a tempera come usavano i primitivi, a colori puri e schietti, distesi sopra una tonalit verde, uniforme, di fondo; esalta e chiude una forte commozione lirica in un sol verso, come nella chiusa della poesia Due novembre:
" la madre che chiama suo figlio".
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Nelle prose, che sono sempre di una sobriet efficace, inimitabile, si avvertono spesso gli spunti, i motivi lirici che fioriranno nei canti. Si veda, ad esempio, quella sull'estate, che incomincia: "Muore l'estate come un gran giorno pieno di sole". In questo periodo iniziale, quasi farfalla dalla crisalide, si libera il primo verso dal canto:
"Muore l'estate come un gran giorno".
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La maggior parte delle prose ci offrono il preludio, il tma musicale delle liriche, e sono gli steli donde passa la linfa al fiore prima che sbocci.
Nell'arte della Ferri tutto aderisce alla realt della sua terra. Ella dissolve in musica le cose vedute, gioite, sofferte.  vicina ai classici per il fatto che riesce a cogliere ed esprimere, nel particolare, l'universale. Certi suoi brevi racconti sembrano, a prima vista, cose da nulla, quasi componimentucci d'alunna elementare; ma a rileggerli bene, non  cos. Nel vecchio e forte emigrante andato lontano oltre l'Oceano per campar la vita, e che dopo molti anni lo rivarca sospinto dalla nostalgia della patria, e torna al paese nato, non vive l'individuo, ma il rappresentante genuino della vecchia Italia migratrice, contadina, religiosa. Il villaggio ha mutato d'aspetto,  cresciuto di case e di abitanti, e il pellegrino stenta a riconoscere il borgo nato; ma ode, d'improvviso, il suono di una campana:  l'Ave Maria. Il viandante stanco ritrova il sentiero della chiesetta ove fu battezzato, e vi giunge nell'ora del deso. In mezzo a tante cose nuove il luogo sacro  rimasto immutato e appare deserto. Allora il cuore gli si riempie di lagrime, beve nella preghiera appresa da fanciullo su le labbra della mamma la dolcezza dei ricordi, gode "per la prima volta un'ora di pace pura e santa quale l'aveva desiderata e cercata invano per tanti anni". Il vecchio emigrante senza nome, assurge, per tal guisa, a incarnare un personaggio rappresentativo, tutti i suoi compagni sbattuti dalla ventura, ma non sradicati dalla patria: diventa la figura simbolica della gente emigrata in terre lontane, ma fedelmente nostra.
Nel bozzetto di Marco il pastore la scrittrice afferma la legge della lieta povert pastorale, piena di gioie intime e vere, che la concupita ricchezza dell'oro non dona, e talvolta tragicamente distrugge.
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La poetessa, serbandosi immune dalle suggestioni di raffinati esotismi, e, sopra tutto, dalle morbosit romantiche, riesce non di rado a comunicarci il brivido delle pi alte commozioni umane, e sfiora con l'ala della semplice poesia le vette dell'eterna bellezza classica.
Dina Ferri, in una delle ultime pagine del Quaderno del nulla, ferm questo pensiero che ci d ragione della sua arte e della sua vita e in cui si rispecchia la verit suprema che illumin l'anima e la poesia di Dante, di Alessandro Manzoni, di tutti gli spiriti eccelsi che onorarono l'umanit: "Anche l'uomo che si stima felice incontra difficolt e si piega prima o poi col cuore stanco nel dolore. Allora, come la tempesta disperde l'armonia di primavera, in noi si tace l'armonia del cuore, si spegne la voce misteriosa in un soffio di debolezza, ci ribelliamo alle leggi della nostra natura, e tentando sollevarci nel vuoto, senza appoggio, ricadiamo pi in basso. Solo le anime grandi odono sempre la voce del cuore, perch questa  la voce della bont, e non vi  grandezza vera senza bont".
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PIERO MISCIATTELLI.
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QUADERNO DEL NULLA.
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PART
 spenta la querula voce(2)
e c' questa povera croce.
Part per un lungo viaggio,
part con le rose di maggio.
Fugg nel silenzio, lontano,
e chiuse la piccola mano.
Ma ceca quel sonno la rese
e bianca la terra la prese.
Non linda di trine la cuna;
ma pesa la terra, ma bruna.
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LA MORTICINA.
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Scende la notte tranquilla e bruna,(3)
non c' la luna;
brillan le stelle a cento a cento,
non canta il vento;
regnano ovunque silenzio e pace,
l'assiolo tace.
China  la donna presso la culla,
ma non trastulla
la piccolina, candida rosa
che vi riposa.
Sembra dormire la morticina;
com' carina!
Schiuse le labbra a un dolce riso,
pallido ha 'l viso;
di bianco manto l'hanno vestita,
l'anima pura se n' partita...
L'afflitta madre piange pian piano,
verso la cuna tende la mano.
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Ciciano, 2 agosto 1926.
Era un vespro di luglio tutto luci e colori. I grilli cantavano tra le erbe dei prati, le cicale frinivano dall'alto delle fronde, i campi biondeggiavano di spighe mature, le rondini empivano l'aria calma e serena di trilli festosi e il cielo limpido sorrideva, come per compiacersi della quiete della natura.
Il vecchio andava lentamente per la via bianca e polverosa, e guardava felice quei luoghi tanto cari ove aveva passato il mattino della sua vita. La sua fanciullezza era infatti trascorsa tra le fiorenti campagne toscane; poi tante sventure lo avevano colpito e la miseria lo aveva portato lontano, al di l degli oceani, nelle sconosciute contrade americane dalle sterminate pampas popolate di buoi e di cavalli pascolanti. E l, nel paese delle grandi foreste vergini dagli alberi strani e gli uccelli meravigliosi, aveva lavorato instancabilmente, cercando quella pace a cui aspira il cuore dell'uomo, specialmente quando esso si sente approssimare alla vecchiaia. Ma tante altre avversit avevano recise le sue speranze, e in quell'animo scosso ma non vinto da tanti dolori, era sorto un desiderio irresistibile. Tornare in patria, rivedere il suo paese, dormire il sonno dell'eternit presso i suoi cari, nel piccolo cimitero che sorgeva tra il bosco e i castagni. Il bastimento lo aveva portato attraverso quel mare, nel quale, in un giorno assai lontano, si era cullato in dolci sogni di speranza; e, finalmente, in quella sera di luglio, era giunto stanco, solo, alla collina ove sorgeva il vecchio nido della sua fanciullezza e dei suoi ricordi pi cari, che ora, rimembrando il passato, gli si affollavano, alla mente. Ad un tratto il vecchio si ferm. Seminascoste tra gli alberi annosi aveva scorto alcune case. Poi riprese frettoloso il cammino; e quando fu ancora pi vicino al luogo, si ferm nuovamente. Era possibile? No, quello non era il suo villaggio. Egli non aveva mai pensato che anche il suo borgo si sarebbe trasformato, che nuove abitazioni vi sarebbero sorte. Aveva creduto di trovarlo come tant'anni prima, e gli parlasse cos dei giorni lontani.
Era ancora immobile, con lo sguardo fisso nel vuoto, quando improvvisamente una campana cant con voce argentina l'Ave Maria. A quel suono si scosse, s'incammin frettoloso per un sentiero e giunse dinanzi ad una chiesa che sorgeva sul limitare di un bosco, lontano circa mezzo chilometro dal borgo. La chiesa era piccola, e i muri erano coperti di edera. Il vecchio spinse leggermente la porta di legno ed entr. Guard ansiosamente, e cadde in ginocchio presso l'altare adorno di fiori campestri. Una mistica quiete regnava intorno. Ricord tante dolci cose. Si vide ancora bambino, e ud sua madre cantare le laudi del Signore, e pianse, lui, il forte emigrante, che era rimasto impassibile dinanzi a tante avversit. Pianse, ma le sue lacrime erano dolci. Dinanzi agli Angeli biondi dalle ali bianche, nella chiesetta immutata, egli god per la prima volta un'ora di pace pura e santa quale egli l'aveva desiderata e cercata invano per tanti anni.
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LA PENA.
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Al rezzo di un giovane tiglio
il vecchio sedeva soletto.
Il giorno moriva vermiglio,
tornava la rondine al tetto.
I lumi brillavano rari,
sul desco fumava la cena.
Ognuno tornava ai suoi cari;
col vecchio sed la sua pena.
Si vide per l'erta salita
incedere povero e stanco;
or tarda cadeva la vita:
la pena restava al suo fianco.
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PRIGIONIERO.
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Udii un cantare meschino;
rimpianto di tremule frondi,
rimpianto di cielo turchino,
rimpianto di voli giocondi.
Rivive la vita vissuta
nel queto silenzio montano,
rimpiange la pace perduta
nel giorno ch' gi s lontano.
Risogna tepore di sole,
rivive dolcezza di maggio;
fiorivan le tarde viole,
di gemme coprivasi 'l faggio.
Cantava nell'alba radiosa
volando pe' clivi fioriti,
nuotava nel cielo di rosa
cantore dei carmi pi miti.
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Ciciano, 23 dicembre 1926.
Le nebbie grigie e pesanti vestono i brulli monti lontani, che sembrano congiungersi al cielo basso e minaccioso, dal quale scendono di quando in quando leggeri fiocchi di neve, che spinti dalla fredda tramontana volteggiano qua e l simili a petali di fior di mandorlo.
L'automobile va, va, portandomi verso la mia casa lontana. Traversa la campagna spoglia di verde e di messi, ove gli alberi rari tendono verso il cielo i loro rami ischeletriti. Tutto  triste; triste come il mio cuore. Lasciai la famiglia tre mesi or sono in un rosso mattino d'autunno mentre il cielo avvolto nei vapori dell'alba sorrideva, e le rondini partivano per le calde terre d'oltre mare; vi torno oggi piangendo. Oh triste giorno! Tu sei quello pi amaro che fino ad ora abbia avuto la mia vita. Penso a tante cose il cui ricordo mi si affaccia alla mente, riportandomi col pensiero ai giorni felici, e rievoco tanti bei sogni svaniti poi in una fredda e nuda realt. Sento il bisogno di gettarmi nelle braccia dei miei genitori e piangere a lungo. Eppure, in alcuni momenti, vorrei che questo viaggio fosse lunghissimo, vorrei giungere presso i miei cari domani, domani l'altro. Perch? La vettura prosegue veloce ed  gi prossima alla mia casa.  notte. La neve cade ininterrottamente: il vento tace. I fanali dell'automobile proiettano un fascio di luce debolmente rossa e la neve che ammanta i lunghi siepali che fiancheggiano la via, ha riflessi d'argento. Ma ecco alcune case coperte di neve, una lunga via quasi deserta, una piccola piazza. Il mio paese. Perch, o piccolo villaggio, stasera non mi sorridi come sempre? Perch piangi sotto la neve che fiocca?
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NEVICA.
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Gelida fischia la tramontana,
sembra di pianto voce lontana,
e posa al suolo, del volo stanca.
Cade la neve leggera e bianca.
Grigie le nubi basse pesanti,
degli uccellini non odo canti.
L'aratro attende sole giocondo
per ritracciare solco fecondo,
e nell'ovile la pastorella
lascia la bianca sua pecorella.
Dorme natura sognando maggio,
con l'usignolo in vetta al faggio.
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Ciciano, 25 dicembre 1926.
La neve cade senza interruzione e gli alberi ne sono coronati. Tutto  bianco. Il vento tace. Nessun canto di uccello notturno. Il silenzio  profondo. Qua e l, sperduti, per la vasta campagna addormentata, brillano debolmente dei piccoli e solitari lumi rossi. Nelle case coloniche si veglia ancora; si veglia aspettando la nascita del Redentore e negli ampi focolari avvolti in una mistica semioscurit, la fiammella riscaldatrice scintilla viva e gioconda. L'aspetto della natura presenta qualcosa d'indefinibile, di divino, che somiglia ad una dolce leggenda sbocciata dall'immaginazione di un poeta.... Ed ecco: le campane dei paesetti adagiati sui fianchi dei monti e delle colline lanciano nella notte oscura e profonda il loro inno di gloria, chiamando i fedeli all'altare di Dio. Ges che nasce in una misera stalla di Terra Santa e che ha intorno alla sua cuna gli Angeli biondi e gli umili custodi dei pascolanti armenti, adesso chiama a s il suo popolo. Esso va, mentre la neve fiocca ancora e imbianca i suoi mantelli, va a festeggiare il grande evento, a ripetere l'inno dei pastorelli dei monti di Cnaan. Ges  l, sulle ginocchia della Vergine fanciulla, presso il bue e l'asinello, e sembra sorridere ai fedeli. I bimbi cantano al Paradiso, i vecchi sorridono della vita che fugge, l'odore degli incensi sale e le candele scintillano: un soffio di vita nuova sembra scuotere anime e cose. Natale, dolce festa, tu doni la fede e la gioia, affratelli gli uomini e li spingi al bene. Natale, la tua armoniosa canzone, ripetuta dall'uno all'altro canto della terra festante, giunge sempre pi pura, pi soave, pi cara ai nostri cuori.
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NATALE.
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Sotto il ciel di Terra Santa
la natura ride e canta.
Nato il Cristo nostro Duce,
nuova stella brilla splende,
il chiaror di quella luce
solo l'umile comprende.
In un misero giaciglio
sta del Cielo il biondo Figlio.
Desta l'Angelo divino
i dormienti pastorelli,
al presepe del Bambino
van pregando i poverelli.
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DICEMBRE.
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Sotto vel di bianca brina
dorme squallida natura,
non ha verde la collina,
non ha messi la pianura.
Acqua, vento, neve, gelo,
densa nube copre 'l cielo.
Non pi nidi tra le fronde;
non si perdono nel vento,
non echeggiano gioconde
le canzoni a cento a cento.
Acqua, vento, neve, gelo,
densa nube copre 'l cielo.
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Ciciano, 28 dicembre 1926.
Volli visitar la tomba del mio povero nonno(4), che dorme in quel sacro recinto ombreggiato dagli alti cipressi, che sotto la carezza dei venti sembrano mormorare una preghiera per i poveri estinti. Le cento e cento croci chine verso le tombe parevano ripetere ai defunti le dolci ed accorate parole dei parenti. Qualche pallido fiore sbocciato in quella terra bagnata di lacrime chiedeva silenzio e pace. Tra tutte quelle tombe ne vidi una ancor fresca. Tremai come scossa da una forza ignota. Era possibile? Quel cumulo di umida terra smossa copriva dunque la fredda salma del buon vecchio che aveva benedetto i miei sogni infantili e che due mesi prima, quando ero partita, mi aveva salutata con un vago presentimento, mentre la sua mano tremula e scarna si era alzata verso il limpido cielo per indicarmi che probabilmente solo lass, ove eterna  la vita, ci saremmo rivisti? Rimasi immobile meditando su la dura realt e sentii che qualcosa rigava le mie guance.
Volsi lo sguardo nel passato e vidi il bianco vecchio curvo sotto il peso degli anni pieni di penoso lavoro ed avversi, seduto sull'ampio focolare in seno alla tranquillit e alla pace domestica. Mi parve di udire la sua parola lenta e grave, narrare semplici novelle ammonenti bont. Perch quell'esistenza si era spezzata? Perch non avrei pi potuto obliare la tristezza del mio cuore nel sorriso di quell'anima che conosceva le aridit e le tempeste della vita e sapeva parlarmi con soavit delle cose eterne? Perch?
In lontananza una campana suonava lentamente l'Ave Maria; un alito di vento fece ondeggiare debolmente le cime dei verdi cipressi e gli ultimi raggi del sole indorarono la croce della piccola chiesa. La natura sussurrava la buona notte ai morti. Abbandonai quel piccolo spazio di terra ove tutto si spenge, ma il mio pensiero rimase per molto tempo a quel tumulo recente, e ancora il "perch" si affaccia alla mia mente.
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DUE NOVEMBRE.
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Cosa canti oscillante campana,
cosa canti con voce s strana?
Il tuo lento, mestissimo canto,
giunge al cuore qual'eco di pianto,
e ci chiama nei sacri recinti,
su le tombe dei poveri estinti.
Un confuso di preci e di lutto,
uno schianto, nel pallido flutto
genuflesso alle urne dei morti,
ove dormono deboli e forti.
Son tramonti di luci gi scialbe,
son tramonti che piangono l'albe
circonfuse nel mistico giglio:
 la madre che chiama suo figlio.
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ZINGARELLA.
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- Zingarella, zingarella,
donde vieni bruna e bella?
Piangi forse pensierosa
qualche cosa dolorosa,
che la nota del tuo canto
par nostalgico rimpianto?
Zingarella, zingarella,
cosa canti bruna e bella?
- Camminai per monti e piani
conoscendo riti strani,
e mi fermo sul cammino
per predir l'altrui destino.
Sempre vedo quella terra
per cui l'anima si serra,
e risogno la dolcezza
d'una tenera carezza.
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Siena, 1 gennaio 1927.(5)
Lentamente, ad eguali intervalli, nella notte silenziosa, l'orologio del Carmine batt dodici colpi. L'anno vecchio moriva e un altro se ne affacciava alla soglia del tempo. Quante gioie e quanti dolori, quanti ricordi e quante speranze svanite come l'ombra vaga d'un sogno!
Per la prima volta, allo scoccar di quell'ora, io mi trovavo lontana dai miei cari; vidi solitaria la casa nell'ombra e provai tutta la tristezza di quella lontananza. Il silenzio della notte fredda parve opprimermi. Ma a poco a poco, quasi involontariamente il pensiero si allontanava, tornando ai ricordi remoti, quelli pi dolci. E tra essi, uno ce n'era pi d'ogni altro soave: quello di mia nonna. Oh quante volte mi cull su le ginocchia, affettuosa! Ancora vedo quel pio sorriso di perdono, ancora lo sguardo di quegli occhi, il candore di quei capelli. Ma il ricordo pi soave che ho di quella santa donna,  il sussurro di una preghiera. "Ave Maria!", ripeteva sempre insegnandomi a pregare, "Ave Maria". Io allora non potevo capire; solo sentivo qualche cosa di dolce scendere sul mio cuore, e ripetevo quelle parole. Quante volte, dopo, le ho ripetute. Quante volte mi son tornate alla memoria nei momenti lieti o tristi. E sempre con la loro solita dolcezza, col loro pietoso conforto. Ma poi (come vola il pensiero!) vidi un povero cimitero, una chiesina rovinata, poche croci arrugginite, quattro vecchi cipressi. E da una di quelle tombe veniva il sussurro confuso e smarrito di una preghiera. Sempre quella: "Ave Maria".
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AVE.
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Mormoravano lievi campane,
mormoravano: Ave! Lontane.
E passava nel cielo vermiglio
un sospiro, un odore di giglio.
E solinga cant capinera;
cosa disse alla brezza di sera?
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RICORDO.
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Cadea la neve bianca,
c'era il vento roco.
Essa cuciva stanca
e crepitava il fuoco.
Di presso la fiamma
sedeva la mamma.
Cuciva, pensava....
la neve fioccava.
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Siena, 16 gennaio 1927.
 una sera d'incanto. Tutto  calmo.... Lass, nella sconfinata volta di un tenero azzurro, navigano lentamente nubi candide, simili a grandi fiocchi di neve, spinti da un'ignota volont.... Verso oriente, tra i rari cipressi verdi che spiccano nella pianura brulla, il fiume scorre, va verso la mta lontana mormorando la sua eterna canzone, ed ha riflessi e luccichi d'argento. Guardo estatica la natura e, come lei, anch'io sogno. Sogno la mia casa, che sorge al di l degli alti monti nevosi che frastagliano l'azzurro, e penso ai bei tempi trascorsi. Vedo branchi di miti armenti scendere verso gli ovili, odo pastorelli che cantano l'inno sublime dei campi, sorridendo al creato dormiente. Sento la campagna fremere nel dolce risveglio del roseo mattino, vedo i fiori schiudere le loro corolle nel sole luminoso, fonte di forza e di vita. Ammiro i campi verdeggianti o biondeggianti di messi, i prati stellati di fiori, gli aratri lucenti e i bruni buoi mugghianti ai venti leggeri. La spensierata vita trascorsa torna a me con le sue gioie pure e sane, e in questo momento vorrei avere, come in quei giorni che gi mi sembrano lontani, un gregge da condurre su per i monti traversati da garruli rivi, ove gli agnellini corrono belando ad immergere i rosei musi; vorrei poter correre, come una volta, lungo le sponde dei torrenti in cerca di fiori, per i castagneti a cogliere fragole, per i vasti scopai a cercar funghi. E non  senza tristezza, ch'io penso che non potr, forse per molto tempo, godere ancora interamente il sorriso della natura.
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ECO SERENA.
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Ricordo dirupi scoscesi
fioriti d'erbette novelle;
conobbi le ninfe cortesi,
recisi le fresche mortelle.
Di pace cantavano i colli,
fiorivano l'edere molli;
recavano i venti placati
profumi di selve e di prati.
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IL RIVO.
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Di balza in balza garrulo rivo,
tra 'l verde muschio scende giulivo.
Rispecchia l'onda, corre lontano,
disseta i greggi, gorgoglia e va;
canta di boschi, discende al piano,
chiede di mari, e va, e va, e va....
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Siena, 10 febbraio 1927.
Garruli canti di uccelli, ondeggiare di ulivi, scintillar di rugiade, luci rosee pel cielo, nebbie dorate nelle pianure. Il creato si desta e l'umanit torna al lavoro. La natura mormora la poesia dell'operosit e le campane salutano il sole che sorge giocondo sulla soglia del nuovo giorno. Gli aratri riflettono il primo raggio luminoso e il fumo delle officine sale verso l'alto formando leggere nubi azzurre. La brezza sembra parlare di campi fecondi e di messi fiorenti; i greggi escono dagli ovili e salgono sui monti. La vita riprende il suo interrotto cammino e tutto si riempie di moto, di movimento. In quest'ora, vibra in noi uno slancio nuovo, pi vigoroso, pi decisivo, verso un alto fine di pace e di bene, a cui l'opera dell'uomo dovrebbe sempre mirare.
Le ore del mattino sono per me le pi propizie per lo studio ed il lavoro, e le pi belle, perch l'animo riposato e sereno si eleva alle cose spirituali, e sa, meglio che in ogni altra ora, apprezzare le virt.
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ERRATE!
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Lasciate le capanne, pastorelli,
ch l'alba vi rec le nove erbette;
i monti si coprirono d'ornelli,
di verde si coprirono le vette.
Le valli rifiorirono pi belle,
i fonti mormorarono di mari.
Uscite con le bianche pecorelle
a' pascoli, pensosi montanari.
Errate pe' declivi montanini,
errate per i boschi solitari.
Al piano canteranno i contadini
e sparsi rideranno i casolari.
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TORNA.
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Stendi l'ala bruna e bella,
varca il mare, rondinella.
Torna, torna, pellegrina,
e sul far della mattina
canterai con dolce grido,
canterai di lunge lido.
Troverai di fiori adorna
primavera che ritorna,
e nel chiar di bianca luna
sognerai, fedele bruna,
quell'azzurre, sconfinate,
mille onde sorvolate.
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Siena, 26 marzo 1927.
Il sole  scomparso dietro i monti lontani, lasciando nel cielo sereno una profusione di tinte delicate, che svaniscono a poco a poco, mentre le ombre del crepuscolo calano su la natura raccolta e pensosa. Una stella  comparsa, tremolando, lass, in mezzo all'azzurro sconfinato. Il vento alita appena e sembra recare su le sue ali leggere il sospiro di un cuore, che sale in alto, verso le misteriose regioni dell'infinito, della solitudine, della pace. Quaggi, nella terra, tutto si confonde, e con l'oscurit che va crescendo, le cose prendono un aspetto vago, strano ed indeciso. Di quando in quando giunge fino a me l'eco di un canto lontano, piano, lento, e lievemente malinconico, che si direbbe quasi la preghiera appassionata di un'anima dolorante e gentile.
Sono triste, e questo canto che mi ha fatto rimanere immobile ad ascoltare, accresce la mia mestizia. Non so perch, ma ho una gran voglia di piangere. La calma e la solitudine che sono intorno a me e che pochi minuti fa desideravo, ora mi destano quasi spavento, e vorrei correre verso la luce, verso la vita. Vorrei correre, ma non ho la forza di muovermi e mentre la voce lontana si perde lentamente per la notte bruna dalle ombre vaganti, idee incerte e confuse si affollano alla mia mente.
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PACE.
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Udivo nel piccolo fosso
sommesso gracchiare di rane;
passava tra i rami di bosso
sussurro di preci lontane.
Rideva nel cielo profondo
pensosa la pallida luna;
veniva di lungi, giocondo,
un cantico lieve di cuna.
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Siena, 29 marzo 1927.
Povero bimbo!(6) Tu eri felice, perch ignoravi il male. Ti cullava vigile la mamma pensierosa addormentandoti, ti sorrideva l'innocenza e sognavi sogni d'oro e di pace. Poi rimanesti solo, abbandonato nella soffitta umida. Era inverno, il vento brontolava roco e nevicava. Avevi freddo, avevi fame e piangevi. Il tuo vagito leggero era come un invito soave al bene e alla virt, ma gli uomini non lo sentivano, perch era soppresso dal rumore delle armi che alzavano minacciosi verso i loro fratelli. Allora venne un Angelo biondo nel silenzio bianco della neve che fioccava lenta. Si appress alla tua cuna e ti cull come prima soleva cullarti la mamma buona. Incrociasti le mani sul petto e ti addormentasti nel sonno dell'eternit. Ancora sorridi pallido e stringi nella manina chiusa il dono che ti ha portato l'Angelo.  il perdono per gli uomini che ti hanno dimenticato.
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ABBANDONATO.
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Il bimbo vagiva pian piano;
taceva l'ansiosa mammina,
vegliava nel cielo lontano,
profonda, una mite stellina.
Sorrise con gli Angeli d'oro
che al bimbo cantarono nanna;
dorm quel grazioso tesoro,
in pace dorm la capanna.
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Ciciano, 5 aprile 1927.
 piccolo lo scricciolo irrequieto, e non ha belle penne variopinte.(7) Vive solitario nei boschi e lungo le siepi, e canta sempre. La sua voce  debole e sembra ch'egli canti per paura. La sua modesta canzone  quasi sempre la stessa, un po' mesta, sia che fioriscano gli scopi profumati di funghi o sia che scenda la neve e infurii la tramontana. Ama le grotte e vi fabbrica il suo nido, che  piccolo, fatto con fili di palo, con pochi steccuzzi secchi, morbido all'interno e verde al di fuori di muschio. La quieta casetta, attaccata da una parte alle barbuzze della grotta, come quella delle rondini alle nostre abitazioni, non ha che una breve apertura circolare, da cui l'uccellino pu passare appena. L depone le sue uova, dalle quali nasce la sua prole, che  spesso numerosa e ch'egli alleva con amore.
Lo scricciolo  fedele e non emigra. Qualche volta, quando d'inverno ha freddo e gli manca il cibo, lascia la solitudine e viene, ma sembra a malincuore, verso le capanne e le case, coi passerotti che pigolano e volano come stanchi e sfiduciati, d'intorno ai pagliai. Poi lo scricciolo torna al silenzio dei boschi, per ricordar tra essi l'inverno che pass e salutar la primavera che ritorna.
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SI AVVICINA PRIMAVERA.
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O bella regina
dal grembo di brina,
cinta di fiori,
di mille colori,
tu ti avvicini
e lenta cammini,
spargendo tepori,
canzoni e profumi.
Tutto ridesti a vita novella,
tutto trasformi, gentil reginella.
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IL FRINGUELLO MORTO.
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Cinguettava al far del giorno
quando l'alba fa ritorno.
Di tra i fior di biancospino
io l'udivo ogni mattino.
Gi ne' vetrici del prato
un nidietto avea celato,
e volando al vecchio nido
ripeteva un dolce grido.
Cadde un d sul verde clivo;
sol lo piange, mesto, il rivo.
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Siena, 18 aprile 1927.
Ci sedemmo sopra un rustico masso coperto di muschio.
Marcella(8) volse un lungo sguardo intorno a s. Anch'io guardai La sera era tranquilla e serena. Il cielo terso, celeste delicato nel sommo, sfumato di colori pallidi e confusi a ponente lungo l'orizzonte. C'erano poche stelle, la luna grande, sorta da poco, avvolgeva la natura dei suoi raggi e questa diveniva sempre pi bianca e sembrava sorridere alle miti greggi pascolanti. Dormivano le margherite chine su gli steli, e le api sognavano nttare e calici di fiori. Le fronde degli allori erano mosse appena da una brezza leggera e le loro ombre avevano aspetti vaghi. Un usignolo cantava, e la sua melodia pareva salire verso la pace azzurra. Mormoravano intorno i ruscelli, luccicavano al bacio lunare, sotto l'arpa degli astri d'argento. Poco lontano da noi, le pecorelle tuffavano i musi tra le erbe tenere rinfrescate dalle prime rugiade e belavano tratto tratto gli agnellini svelti e spensierati, rincorrendosi per la pendice de la verde collina.
Marcella cantava sommessamente, con lo sguardo fisso nel vuoto, e a poco a poco la sua voce diveniva tremante. Mi mossi verso di lei e nel latteo biancor della luna, mi parve di scorgere due lacrime su quelle pallide guance. Meravigliata, le chiesi che cosa avesse. Essa rimase qualche tempo silenziosa e poi mi narr, con voce lenta, la sua storia breve e triste. Aveva sei anni, quando, durante un incendio, suo padre mor. Rimase con la madre e due fratellini. Il lavoro assiduo della donna non bastava a provvedere il necessario ai figli, che talvolta soffrivano la fame. In un triste giorno di novembre, mentre fioccava la neve e soffiava gelida la tramontana, anche la vita della madre si spense e i tre ragazzi rimasero presso alcuni parenti che li accolsero per piet nella loro casa. Ma quella gente era molto povera, e pochi mesi dopo Marcella cominciava la sua vita di pastorella in una sconosciuta famiglia di contadini, lontana dai fratelli. Anch'essi erano divenuti troppo presto piccoli lavoratori. Intanto il tempo passava e Marcella lo trascorreva tra i boschi silenziosi e belli, tra le canzoni degli uccellini e il sussurro pio della natura, tra i sorrisi di maggio e il candor delle tacite nevi, senza aver quasi mai notizie dei fratelli.
Quella sera, dinanzi alla mistica pace delle campagne fiorite e del cielo sereno, aveva sentito pi forte l'abbandono in cui si trovava, e piangeva.
Varie volte, conducendo il gregge ai pascoli, io avevo incontrata quella giovinetta dallo sguardo velato di malinconia, sempre calma e pensierosa, ma non sapevo chi fosse, e mi domandavo inutilmente perch fosse sempre tacita e mesta. Quella sera, lo compresi e da allora divenimmo amiche.
Ora, quasi un anno  passato, ed io sono rimasta lontana da casa. Stasera, sulla pendice della collina, nuovamente verde, non ho trovato Marcella, e mi  sembrato che la campagna silenziosa e raccolta, pensasse, come me, a lei, che si trova lontana, non so dove, ancora separata dai fratelli; e forse sempre triste come quella sera, quando mi narr la sua breve storia.
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A ZOIRA. (9)
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A' sogni, fanciulla, rapita,
chinasti la pallida faccia.
In pace si spense la vita,
in croce ponesti le braccia.
Si chiusero i labbri di cera,
a gli occhi la terra fu vana;
e pianse nel cielo di sera,
pi triste, la vecchia campana.
Di rose t'ornarono il crine,
di rose t'ornarono il petto;
tra veli ravvolta e le trine
giacere ti vidi sul letto.
I ceri t'ardevano attorno
e stanca posavi la testa;
col lento finire del giorno
nel sonno parevi pi mesta.
E muta la terra ti volle
a' piedi del cupo cipresso.
S'aprirono l'umide zolle:
le croci ti vegliano appresso.
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Siena, 27 aprile 1927.
"Osanna a Dio nel pi alto dei Cieli; gloria a Te, o atteso Messia, o biondo figlio di David!" Cos cantavano in quel giorno lontano i fanciulli di Sion, elevando le palme nel sole di aprile. Ges, che cercava la smarrita pecorella vagante per le rupi dei monti, aveva lasciato le sponde Tiberiane e le umili capanne, ed era venuto verso la citt santa. Il popolo, esultante del suo arrivo, gli era corso incontro, ed egli sorrideva alla citt grande, benedicendo; per, ad un tratto, guardando nell'avvenire, mormor: "O popolo, domani mi crocifiggerai!" Ma la folla cantava e non ud la parola divina. La sent solo la capinera, che in quella notte azzurra aveva cantato la lieta novella insieme agli Angeli bianchi, discesi dai giardini della serenit eterna, per destare i pastori dormienti. L'uccellino vol lontano e pianse. Il vento prese la sua voce, la port nella selva, e allora piansero gli altri uccelli, i fiori e le fonti, ma pi di tutti pianse la povera capinera. Vag incerta fino a tarda sera e quando le stelle pietose le dissero che l'ora del riposo era suonata, essa si rifugi nel cavo del tronco di un vecchio castagno. Rimase l fino all'aurora e poi vi fabbric il suo nido. Da allora l'uccellino divenne triste. Lo  ancora, e nei crepuscoli della sera lo vediamo errare mesto e solitario per il bosco e lo sentiamo ripetere una malinconica canzone. Forse piange sempre la morte del suo buon Creatore.
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NON HO NIDO!
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- Vola al nido, capinera,
vola al nido, si fa sera.
Perch canti cos mesta
se la volta  tutta in festa?
Nostalgia di primavera
ti fa triste, o capinera?
Cerchi, forse, i figli tuoi
o del cibo, dimmi, vuoi? -
-  distrutto il caro nido,
non mi attende dolce e fido.
Volo incerta, senza posa,
nel boschetto che riposa,
cerco invan quiete e pace
sotto il ciel che ride e tace.
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Siena, 15 maggio 1927.
Quando giunsi al piccolo borgo solitario, quattro o cinque ragazzetti si divertivano, raggruppati sull'aia grande, e intorno a loro le galline sparse razzolavano e croccolavano. Appena mi scorsero, i bimbi lasciarono il loro giuoco, mi guardarono pochi istanti in silenzio e poi una piccina mi corse incontro gridando festosa: "Sei tornata, dunque!" La mia piccola amica comincia a narrarmi dei giochi, dell'agnellino bianco che belava e del gatto bigio che aveva sciupato il grembiulino rosso della bambola che io avevo cucito nelle ultime vacanze. Poi mi mostr orgogliosa una piccola ferita che si era fatta nel campo mietendo il grano e infine disse: "Ora ti fo vedere Alba". Scivol dalle mie braccia, scomparve correndo dietro il pagliaio e poco dopo riapparve tenendo per mano una bimbetta presso a poco della sua et. Questa aveva i ricci spettinati, il viso e le mani sporche e le scarpe logore, dalle quali scappavano i piedini polverosi. Indossava un grembiulino nero e lacero. Per, nonostante il molto disordine e la troppa poca pulizia, appariva molto carina. Sorrideva mostrando i piccoli denti bianchi e cinguettava, narrando le cose del suo piccolo mondo con una tal confusione ch'io non capii quasi nulla.
Questa bimba che vedevo per la prima volta, mi fece una strana impressione, e quando se ne and, non potei resistere alla curiosit, e domandai ad una donna chi fosse. Essa rispose: "L'anno scorso il suo povero babbo and a lavorare in Francia sperando di guadagnare di che pagare i suoi debiti. Scriveva che era contento e che tutto andava bene, ma un giorno si seppe che era morto schiacciato da un'automobile. Ora  rimasta quella povera vedova con tre figlioli. Lavora quanto pu, ma non riesce a guadagnare il pane per queste creature. Guarda un po': - continu dopo un breve silenzio, accennandomi la bimba che tornava correndo verso di me - quella figliolina non sa che il babbo  morto, crede che debba tornare e l'aspetta sempre. E non ha pane!", mormor infine la donna come parlando a se stessa; e, sospirando, si allontan cacciando verso il pollaio le galline che ancora gironzolavano per la via, quasi non si avvedessero che gli ultimi raggi del sole fuggivano anche dalle ultime creste dei monti.
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PASQUA.
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Risuon di lieta festa
ne la pace mattutina,
rifior ne la foresta
la natura, stamattina.
Si copr di rosa il pesco,
ritorn la pellegrina;
profumato rida il desco
ne la casa pi meschina.
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Siena, 30 giugno 1927.
Marco faceva il pastore. Amava le pecore che sostavano all'ombra desiderose di refrigerio e le timide capre che belavano per i boschi di ornelli e di carpini. Viveva del suo gregge e per il suo gregge. Marco era un povero montanaro che non si era mai curato di sapere che cosa avveniva al di l del suo piccolo mondo, e ignorava molte cose. Non aveva altro desiderio che quello di veder prosperare i suoi armenti, ed era felice. Ma una volta il suo gregge, spingendosi avanti, giunse nei pressi di un antico castello(10). I vecchi muri che cingevano quelle rovine erano ormai quasi del tutto franati e nascosti tra l'edere e i rovi. Dentro il muro, ove secoli addietro sorgeva superbo il castello, una querce grande si scagliava alle tempeste.
Marco attend in quei dintorni e s'incontr con altri pastori. Il ricordo lontano di coloro che una volta abitavano in quel castello allora ricco e florido, guerrieri armati di lance e di spade, aveva dato origine a favolosi racconti tradizionali, che i buoni pastori si tramandavano di padre in figlio. E la sera, nelle mobili tende o nelle umili capanne, qualche vecchia, filando, raccontava ai giovani quei fatti lontani che aveva appresi, a sua volta, dai vecchi pastori quand'era bimba. Si diceva che tra le rovine del castello era nascosto un immenso tesoro, ma nessuno aveva mai osato accostarsi a quelle mura, perch di notte vi errava un fantasma silenzioso e rapido, simile a ombra che passi tra le altre ombre della notte. Chi era? Forse l'anima di colui che ve lo aveva nascosto? Forse quella di un antico signore del castellotto? Questo i pastori non lo sapevano; sapevano solo che il fantasma c'era, e che c'era anche il tesoro, ma non lo desideravano. Solo Marco, che seppe, lui che non aveva mai desiderato nulla, desider di trovare e di possedere quelle nascoste ricchezze. Gli parve triste e bassa la sua vita; dimentic quasi il suo gregge e non ebbe pi che il tormento di un pensiero costante: trovare quel tesoro e farsi ricco e grande come lo erano stati gli abitatori del castello. Divenne pensieroso, ma non svel mai il suo segreto; e gli altri pastori si chiedevano invano che cosa gli fosse accaduto. Marco, la notte, lasciava la sua tenda, si recava alle rovine del castello e cercava, e scavava. Intanto il tempo pass; alcuni mesi erano andati. Marco, troppo occupato nelle sue ricerche e nel pensiero che gli aveva tolta la calma e lunga felicit di tanti anni, di quando non desiderava che le virt e il bene, pareva perdere la perfetta lucidit della sua mente.
Una notte era tempesta, ma egli volle tornare alle sue ricerche. Due giorni dopo i pastori, che aspettavano invano il ritorno di Marco e sentivano i suoi greggi belare e spandersi per i monti, passando dinanzi alle mura del castello, trovarono il suo cadavere. Allora capirono il perch del suo strano silenzio, e supposero ch'egli fosse morto di spavento per aver visto il fantasma. Questo  quanto dicono i contadini che abitano nei dintorni del luogo, ove si vuole che sorgesse il castello, ma nessuno ha mai saputo che cosa sia avvenuto del tesoro nascosto. Solo il fantasma, c' chi dice che ritorni nelle notti di vento e che si segga sconsolato sopra le pietre dell'antico muro; per nessuno l'ha visto mai.
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OTTOBRE.
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I lieti pastorelli
discendono dal monte,
cantando gli stornelli
appresi in riva al fonte.
In numeroso stuolo
vanno le rondinelle,
verso lontano suolo,
verso straniere stelle.
Torna la rossa foglia
alla feconda terra,
che d'ogni messe spoglia
tesori in s rinserra.
Abbonda lungo 'l colle
la frutta gi matura,
sorride l'alba molle
destando la natura.
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AL PASCOLO.
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Mugghiano ai venti
bianchi buoi pascenti
lungo i declivi,
tra i sonanti rivi.
E vanno lenti
ne' chiaror silenti
de' tramonti d'oro.
Sognan di lavoro.
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FESTA DEL VILLAGGIO.
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Che dice, campanella,
la tua canzon gioiosa,
la tua canzon s bella
al ciel color di rosa?
 festa del villaggio
nella chiesetta pia;
in ogni cuore  maggio,
 pieno d'allegria.
La voce tua d'argento,
o piccola campana,
col sospirar del vento
si perde pi lontana.
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CAMMINA.
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Seduta la vidi sul ciglio,
poi lenta la strada riprese.
Cammina - diceva - mio figlio,
cammina. Perch non m'attese?
E venni chiamandola invano,
e corsi la rapida china.
Il cielo rideva pi strano....
Cammina, - diceva - cammina.
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Ciciano, 10 agosto 1927.
Tra i ghiacci delle terre irredente che da secoli attendevano ansiose lo squillo della tanto sospirata libert, gi da due anni infuriava la guerra sanguinosa(11). Tanti e tanti eroi cadevano per la nuova gloria delle aquile romane; altri tornavano mutilati ai genitori che li attendevano alternando lavoro lacrime e preghiere. Tra questi era mio zio. E fu una sera piovigginosa di novembre, ch'egli torn in mezzo a noi, dopo aver trascorsi dodici mesi tra l'infuriar delle battaglie e aver versato anch'egli parte del suo sangue tra le rocce fangose del Carso.
Era pallido, stanco, camminava a fatica, tossiva di tanto in tanto. Eppure era lieto, perch aveva compiuto il suo dovere, e sorrideva. Anche noi ridevamo e piangevamo insieme. Lo avevamo atteso tanto, inutilmente; avevamo trepidato pensando qual fosse stata la sorte serbatagli dal destino e il rivederlo nuovamente tra noi, nonostante tanto diverso da quando ci aveva lasciati, fu gioia grande.
Ho ancora vivo nella mente il ricordo di quella sera. Egli sedeva con noi intorno al focolare; come quando, anni prima, soleva raccontarmi le novelle. Ora non eran novelle, non erano i cavalieri della leggenda che andavano alla conquista della gloria, ma era invece la realt troppo grande perch io potessi capirla, troppo bella perch non potessi sentirne il fascino. Erano i figli della nuova Italia che combattevano per la libert dei loro fratelli, per la gloria della patria illustre. Ma la mia mente era ancora troppo debole, le idee si confondevano succedendosi e avevo quasi l'illusione che i racconti dello zio, ognuno dei quali parlava di gloria e di sacrificio, avessero qualche cosa che si avvicinava a ci che  invenzione della fantasia. Il fuoco crepitava, la fiammella si estingueva per la nera cappa: c'era silenzio dolce di tranquillit, e lo zio, scaldando le mani scarne, raccontava; non pareva stanco; solo, ogni tanto, tossiva, e nei suoi occhi pareva brillare una lacrima resta.
Da quando era l? Forse fin da quando pensava a noi nelle trincee.
Al nonno le mani tremavano pi del solito, tremava anche la sua barba bianca. Credo che il buon vecchio non avesse mai provata gioia come in quella sera, e non vidi pi sulle sue labbra un sorriso pio e stupto come allora.
Solo quando un vecchio orologio annunci la mezzanotte, mentre un cane abbaiava in lontananza nella notte profonda, lo zio interruppe il suo racconto per riprenderlo in sguito tante altre volte. Ma a me non parve pi bello di allora, e ancora vive nella memoria il ricordo incancellabile e caro di quella sera.
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ALL'ITALIA.
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T'incoronan le Alpi la fronte
e ti cullan le onde del mare;
lieto corre al tuo limpido fonte
chi di gloria si vuol dissetare.
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Verso i cieli trapunti d'argento
s'alza l'aquila, stemma latino;
carezzata da placido vento,
sorge l'alba di nuovo destino.
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Ciciano, 22 agosto 1927.
I contadini hanno mietuto. Hanno mietuto dal primo chiaro dell'alba cenerognola, quando le nebbie si attardavano lungo la Merse e il grano era ancora fradicio di guazza, fino a sera tarda. La fredda lama tagliente ha recisi gli steli secchi dalle pendule spighe mature. Ma era caldo, era fatica, e i contadini non cantavano pi come nei mattini di primavera sui prati e nei vespri d'autunno lungo i filari. Tacevano anche le lodole, che ogni tanto si levavano a branchi nella serenit dell'aria infiammata. Solo le cicale frinivano senza tregua il giorno nei piani e sui colli, e di notte qualche grillo solitario si faceva udire, ma era stanco.
Il grano venne raccolto in covoni e portati sull'aia se ne fecero due grosse mucchie vicino al pagliaio vecchio.
Ora passa da un podere all'altro la macchina trebbiatrice, per sgranare le belle spighe. Va per le vie campestri trainata dai buoi, col suo rumore di ferri e di catene che si urtano e rimbalzano. Ogni tanto, quando la strada fa un'ascesa, o quando le ruote vanno ad appuntarsi contro un sasso, i buoi si fermano e allora occorrono le grida incitanti dei bifolchi e dei macchinisti, perch le bestie s'incamminino di nuovo. Poi, sull'aia, la macchina lancia un suono rauco che si perde infine nell'aria calda. Allora comincia un ritmico movimento di ruote e di cilindri e un uguale rumore che il vento sperde lontano, a ondate, or pi grandi, or pi deboli. La macchina inghiottisce avida i covoni e separa il grano dalla paglia. Da ogni parte si eleva una densa nube di polvere che svanisce pigra; e i volti e le camicie dei contadini che lavorano sono polverosi come la rossa trebbiatrice intorno alle cinghie e alle rotelle dove un uomo vestito di turchino, con al collo un fazzoletto che dovrebbe essere bianco, ogni tanto va a versare l'olio con un piccolo recipiente di latta arrugginita. Dopo, la macchina riprende il suo cammino, lasciando nell'aia un caldo e un odore di spighe sgranate.
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ESTATE.
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Estate solinga che vai
pe' campi di messi fioriti,
a l'ombra pensosa ristai,
ti celi pe' colli di viti.
Le chiome disciolte nel vento,
tu miri vaghezza di grani;
i grilli si chiamano a cento,
a sera, tra i solchi dei piani.
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Ciciano, 6 ottobre 1927.
 una vasta campagna allietata di tutte quelle bellezze che il genio sublime della Natura seppe creare. Vi sono monti in parte sempre spogli e in parte verdeggianti, che si elevano, alcuni, fino a immergere le loro creste tra le nubi che passano; e grandi valli piene di polle zampillanti e di fossi profondi. Vi s'incontrano boschi dai cerri alti e dalle grandi querci antiche; castagneti ombrosi e taciti; vaste praterie naturali, popolate di lenti buoi che mugghiano e di timide pecorelle che immergono i musi tra l'erbe nell'onde fresche.  vasto, di lass, l'orizzonte, e dentro ad esso, dall'alto della collina, in mezzo alle nebbie rare e leggere della sera, io rimasi estatica ad ammirare il paesaggio che si stendeva sotto il mio sguardo, tra est e nord.
Vicino, erano bianchi casolari sperduti nelle campagne, paesetti e villaggi; lontano, tra il confuso delle caligini crescenti, si elevavano snelle le torri di Siena e di San Gimignano, e Volterra appariva confusa tra il verde, in una lucida serenit. L'Amiata, come tutti gli altri monti lontani, era immersa in un celeste debole, ma ai suoi piedi il terreno era del colore dei campi lavorati di fresco, e solo di rado, qua e l, si scorgevano pennellate di verde.
Poi salii anche sulle Cornate di Gerfalco(12) che si elevano raccolte e pensierose al disopra di tutti gli altri monti vicini. Sono ripide scoscese, in parte verdi di carpini e di ginepri, con pochi ornelli e olmi alti. Il verde  alternato col biancheggiar dei grossi massi e delle rocce numerose su cui si arrampicano stanche, a branchi, le capre che vivono lass e scendono lente, a sera, verso gli ovili. Non un mormorio di ruscello tra quelle rocce; rari sono i frulli di uccelli in quella solitudine. Una strada bianca serpeggia quasi ai piedi di una parte del monte, e si direbbe un taglio capriccioso sulla roccia. Quando giunsi sul culmine della difficile ascesa, il sole calava tra un confuso di brume leggere e di mare, in una profusione di tinte delicate di porpora e d'oro, che sfumavano lievi e svanivano in alto sopra il luccicor delle acque.
A poco a poco i raggi del sole perdettero la loro forza, ed esso parve ingrandire. Divenne un grosso disco dorato, come sospeso in una nebbia di rosso, e i sassi e le piante si tinsero di un rosa pallido che in breve manc. Intanto il rosso del tramonto si confuse come le prime tinte violacee del crepuscolo. Il sole divenne rossiccio e sembr ancor pi grande, ma non avea pi luce. Una piccola nuvoletta scura lo travers, ed esso prese le forme pi strane e meravigliose che cambiarono e si succedettero rapide. Infine sembr immergersi nel mare.
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ALLA RONDINE.
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Dimmi di mare rondine bruna,
dimmi di mare, tu che lo sai;
quando ne' cieli sale la luna,
cosa le stelle dicono mai?
Cosa ti dice l'onda turchina
quando la notte veglia sui mari?
Forse nel cuore di pellegrina
sogni la gronda de' casolari?
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L'ATTESA.
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Brillarono le stelle ad una ad una,
torn la calma, scintill la luna.
Le chiome sciolte su le brevi spalle
essa discese la solinga valle;
e venne al mare pensierosa e mesta
e nulla rimaneva di tempesta.
Ridevano quell'onde sconfinate,
ridevano di spume ricamate.
Attese muta sul deserto lido
che ritornasse quel compagno fido.
Aveva in cuore una speranza vana;
perita quella vela era lontana.
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Ciciano, 18 settembre 1928.
Lo vidi per la prima volta poche sere fa, e, ricordando, parl con la semplicit degli uomini buoni e grandi, che tanto dettero e nulla chiesero.  uno di quei soldati che nei giorni dolorosi l'Italia chiam dalla serenit delle nostre campagne alle nevi bianche delle Alpi lontane. Ed egli and, senza rimpianto.(13)
Il treno aveva fretta e lo port rapido traverso luoghi sconosciuti. Una lacrima di tenerezza e d'addio gli bagn le ciglia, quando anche l'ultimo lembo della Toscana svan allo sguardo. Allora egli si volse fiducioso verso l'ignoto che l'attendeva; err tra i fanghi senza riposo; nell'ora tetra dell'incertezza, sent tra i freddi rovai l'attesa ansiosa della Patria, comprese, combatt, e fu eroe.
Lo amarono i compagni nelle lunghe veglie di trincea, quando nella breve sosta, come rievocati da una forza sconosciuta tornavano al cuore i ricordi pi cari, e ognuno pensava con vago sogno velato di dolcezza e di nostalgia alla vecchia madre che per lui pregava fiduciosa, o ai piccoli figli che l'attendevano buoni e inconsapevoli; lo seguirono nella lotta, quando morivano i fanti. Poi torn tra noi col suo valore, ancora semplice come un giorno, e ci narr vicende che paiono leggende di poeti e sono invece verit di eroismi.
Quella sera, sul crepuscolo, egli raccontava, ed io lo seguivo in silenzio con la fantasia, su per erti dirupi, per monti e colline.
"Era il 26 ottobre - diceva il giovane soldato - noi partimmo da Ronchi, e non ci dissero dove s'andava. Il cielo era sereno e solo qualche nube grande e solitaria si attardava agli orizzonti lontani, come un immenso scoglio, disperso in un mare turchino ed immobile. Ma in quella serenit c'era qualcosa d'insolito e di strano, e Ronchi, la piccola borgata che a poco a poco si perdeva bianca tra i monti, era pi triste. Nella sera oltrepassammo l'Isonzo, e le sue onde sbattendosi sulle rive ci gridarono la triste novella: Gorizia  presa dal nemico. Noi non capimmo e proseguimmo oltre. Il sole cal tra le nubi scarlatte, scomparve, si fece notte. Allora fra le nebbie sempre pi dense qualche stella brill nella cupa volta simile ad una lacrima. Ma la luna non compar ai confini misteriosi del cielo e la sua luce fredda non dissip le ombre della terra. Il vento pass improvviso traverso i boschi e si disperse debole verso il mare, con un lamento triste, prolungato. Poi tacque, improvviso, cos, com'era cominciato. S'intravvide qualche bagliore sinistro del fuoco nemico, ancora pi sinistro del vivido lampo che di notte squarcia le nubi. Camminavamo con l'ansia di giungere presto alla mta, perch si capiva che qualcosa di doloroso per noi avveniva lass nelle trincee, ove ci chiamavano i nostri fratelli. Proseguimmo tutta la notte senza sosta, e quando l'alba torn a spargere i suoi chiarori tra le nubi che scendevano a coprire le vette dei monti coi loro grigi mantelli, giungemmo alle trincee. Bisognava resistere, o se questo era impossibile, ripiegare in ordine, abbattere le fortificazioni, distruggere tutto ci di cui si sarebbe potuto impadronire l'avido invasore, il quale scendeva troppo sicuro verso le nostre valli, e non pensava che se Roma giacque un giorno sui suoi colli, tra le rovine della sua grandezza, fu perch il destino voleva farla ancora pi grande nella risorta potenza. Era questo il momento triste in cui molti dei nostri cadevano e altri venivano presi prigionieri. A noi, non stanchi della battaglia, spettava il compito di fronteggiare la ritirata. Si doveva scoprire il nemico, vigilare sulle sue rapide mosse, impedire che piombasse improvvisamente sui nostri.
"Appena giunti ci furono dati ordini chiari e precisi. La mia pattuglia doveva salire fino al podere che si scorgeva sulla cima del colle, e di l osservare nelle pianure sottostanti. In breve la casa fu raggiunta. La porta era aperta, il focolare era spento, e i greggi pascevano nei campi vicini, liberi e svogliati. Tutti erano fuggiti, e tra quelle pareti abbandonate pesava la minaccia della guerra. Salii sul tetto ed osservai. Il nemico non si vedeva, e nella calma pareva che la morte dormisse fra le forre e le spelonche alpine dimentica di strage, e che le armi fossero cadute dalle mani dei popoli. Ma la Morte non dormiva, e quando pi tardi, spintici ancora pi avanti, ci volgemmo verso la casa, era occupata dal nemico, che in breve ci accerchi da ogni parte. Non restava che retrocedere. L'Austriaco ci colpiva, e dopo poco con me non rimanevano che due soldati calabresi. Gli altri erano morti o prigionieri. A un certo punto incontrammo il nostro capitano. Era solo. Tutti i suoi soldati si erano dispersi nella mischia. Ora seguivamo il capitano cercando sempre di sfuggire alla mitraglia nemica che fischiava rabbiosa. Ad un tratto il capitano cadde. Aveva le gambe quasi recise al ginocchio. Ci precipitammo su lui e la sua voce debole e calma mi sussurr: "Portami via, non voglio morir qui". "Capitano, tenteremo, ma  difficile sfuggire al nemico che ci spia." "Portami via," ripet. Mi volsi verso i due calabresi, e "Non mi abbandonate," dissi. "Non ti abbandoneremo," risposero. Allora lo presi sulle spalle e fuggii, traversando le larghe fogne piene d'acqua verdognola, calandomi dietro i radi cespugli, scomparendo e ricomparendo allo sguardo nemico, e non so per quanto tempo andai cos."
Qui il giovane soldato s'interruppe passandosi una mano sulla fronte. Forse anch'egli era commosso dal suo racconto. Io guardavo dinanzi a me nelle prime ombre della notte che si appressava silenziosa, e alla mia fantasia, con l'Eroe d'Italia tornava l'Enea del mito, fuggiasco dalla caduta Ilio, ramingo sui lidi ignoti. Ma il racconto prosegu:
"Intorno a noi il sibilo de' proiettili si faceva sempre pi fitto. Improvvisamente ebbi l'impressione che il peso aumentasse sulle mie spalle e un fiotto di sangue mi bagn. "Capitano, - gridai, - dov' ferito?" "Al cuore," rispose. E la sua voce non trem, n un solo lamento usc da quelle labbra. Adagiai il moribondo sull'erba. I suoi occhi s'aprirono in un lungo sguardo d'addio, si chiusero, poi tornarono a riaprirsi, ma lo sguardo era spento, senza vita. Pioveva, e pareva che il cielo volesse lavare quel sangue col suo pianto, ma non ci riusciva. Nulla si poteva far pi l. Bisognava togliere al morto i documenti, sfuggire al nemico, distruggerli, se esso ci prendeva, portarli al Comando, se la morte ci risparmiava. Ci risparmi infatti e sul far della notte ci trovammo fra i nostri."
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L'EROE.
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Dimmi, ragazzo, dove ti vidi?
Forse nel mare; pi non lo so.
Par che tu sappia, par che tu gridi:
Nembi de' cieli, ritorner?
Bevi nel mare tutto turchino,
vuoti la coppa che il mar ti d;
ma c'era scritto nel tuo destino:
Pi non ha sete chi ne berr.
Pur non ti lagni di quel destino
perch la coppa ti disset.
Avevi sete come un bambino:
l'acqua dei fonti non ti bast.
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Siena, 8 novembre 1928.
Tante volte i libri mi avevano parlato di opere meravigliose scolpite nel marmo di valenti artisti(14), e mi erano cadute sotto lo sguardo fotografie di grandi monumenti passati immortali nel lungo cammino dei secoli, ma mai mi ero fermata dinanzi ad uno di essi. Stasera mi sono accostata a quei bianchi marmi che la Natura cre immensi blocchi informi, e che l'uomo paziente lavor col suo scalpello fino a foggiarne delle figure cos vere che sembrano sentire e soffrire.
Le mani tese come chi supplichi e ammonisca, lo sguardo rivolto lontano, il volto scarno e la barba lunga; cos l'artista vide e scopr l'immagine del profeta Ezechiello. Mi pareva che in quella figura rivivesse veramente l'antico profeta e credevo che quelle labbra si dovessero aprire per predirmi qualcosa che mi facesse tremare e sperare. E allora dinanzi alla mia fantasia tornavano immagini di Terra Promessa; passavano pastori e scendevano greggi e si aggiravano i profeti sui colli di Sion e sulle rive del Giordano.
Aggrappate al macigno che l'Ezechiello calpesta, scorsi due mani scarne. Nient'altro si vede dell'uomo gi sepolto nel silenzio misterioso della tomba, ma nella mente dello scultore esso era apparso in tutta la verit, perch in quelle sole mani c' tutta la tragedia dolorosa dell'uomo che gi sprofonda verso l'abisso e tenta invano di ribellarsi al destino irrevocabile che ve lo trascina. Nel silenzio di quella cappella io guardavo e pensavo, e quasi un senso di sgomento s'impadroniva di me e l'ignoto pareva pesarmi sul cuore.
Ho abbandonato quella cappella e mi sono avvicinata alla Piet. Dinanzi ad essa sono svanite le immagini che sorgevano scure nella mia mente, sono svaniti i pensieri che l'avevano attraversata, e non ho sentito pi quel senso di mistero che prima mi aveva circondato. Quel dolore muto, pieno di ansia e di stupore, mi ha fatto tacere assorta, e una vaga tristezza si  impadronita di me e mi  sembrato che un tremito di piet scorresse nelle mie vene.
Ogni linea  tirata senza esitazione e tutto  perfetto. L'artista non era incerto e scolp ben chiaramente l'immagine che sorse improvvisa nel suo animo di poeta addolorato. Mi pareva impossibile che sotto quel freddo marmo non dovesse palpitare un animo caldo di affetti e colpito da vero dolore. Volevo toccare quelle figure per sentire in esse la vita che vedevo nelle loro espressioni, ma non potevo farlo, perch temevo che, movendomi, mi sfuggissero le immagini che si affacciavano alla mente e che prendevano forme strane nel silenzio del giorno morente.
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VISIONE.
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Sedeva Cristo nel tramonto vago
e vide su la barca un pescatore
venire lento al tremolo del lago.
E Cristo lo guard con grande amore.
Sognava Pietro Davide ed Abramo,
ma Cristo lo chiam con dolce voce:
- Oh pescator, lascia la lenza e l'amo
e seguimi da Nzzare a la croce.
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Siena, 2 marzo 1929.(15)
C'era tanta luce e tanto sole nel cielo, e davanti a me l'orizzonte si apriva sempre pi vasto. Camminavo, camminavo fin dal mattino. La via era sassosa, erta, tortuosa. Si scendeva traverso i boschi nei torrenti disseccati, si risaliva lentamente tra le siepi. Si udiva il volo di qualche uccello spaventato che fuggiva. Talvolta un trillo feriva l'aria, poi taceva quasi sbito.
Era bello quel giorno, e nella serenit dell'aria fredda di marzo, camminavo con un desiderio nuovo. Forse ero stanca, ma non lo sentivo. E l'orizzonte ingrandiva sempre, e lontano si vedevano grandi monti azzurrognoli. Si udiva il campano di un gregge, un belato, un richiamo, poi silenzio. Incontravo un viandante, si scambiava un saluto, guardavo un istante senza voglia di camminare. Dall'alto di un colle si scorgevano in un campo, dietro un torrente pieno di ciottoli, due buoi aggiogati all'aratro, un bifolco, una striscia scura di terra. Poi di nuovo la solitudine e il silenzio.
I miei compagni di viaggio tacevano. Pareva che ognuno avesse un pensiero, un ricordo. Forse io sola non pensavo a ci che restava dietro di me. Guardavo gli orizzonti, i monti, il cielo. Mi piaceva camminare cos. Vedevo cose nuove, ma non chiedevo nulla. Mi bastava vedere. Sentivo, sommesso, un coro immenso di voci cantare al cielo e al sole, e volevo rapire una sola di quelle voci per chiuderla nell'anima.
Il giorno pass; il sole si spense nei vapori del tramonto. Allora si vide, ancora lontano, un rustico villaggio dimenticato su una via bianca, lunga, polverosa. Guardai lontano e lo sguardo si perd nella via; ma io non ebbi pi voglia di proseguire; mi volsi indietro e piansi.
Fu cos che in un tramonto di marzo, traverso vie mai percorse, vidi profilarsi Ciciano in un lontano incendio. Era un piccolo villaggio di cui il viandante non serba forse che un vago ricordo, che si cancella prima ch'egli torni nella patria abbandonata; ma nella mia mente di bimba ha lasciato una di quelle impressioni che il tempo non riesce a cancellare. Le sue case erano rustiche, piccole, modeste, coi muri di pietra rossa, coi tetti rossi, battuti dalle pioggie, e nel villaggio c'era una piccola piazza traversata dalla strada bianca. Le altre vie erano strette, deserte, chiuse tra le case grigie, addossate le une alle altre. Ogni sera fumavano i comignoli scuri, come un invito di ritorno e una promessa di riposo. Ogni sera belavano le capre nelle strette viuzze ricondotte dai fanciulli e tornavano dai campi gli abitanti con fasci d'erba sulle spalle, o con canestri di giunco colmi di frutta, infilati al braccio. Al di sopra dei comignoli, tra le modeste abitazioni, si eleva un campanile. L c'era una chiesa piccola, bianca, come ogni chiesa di campagna. Le sue campane suonavano al mattino, suonavano la sera. Talvolta, quando udivo quel canto, come nella sera lontana dell'arrivo, ripensavo alla casa abbandonata e mi commovevo. Ma Ciciano mi piaceva. Mi piacevano le case rustiche, le viuzze. La piazza, la strada grande non dicevano nulla per me.
Giravo come una piccola vagabonda tra i vicoli stretti e deserti senza nulla chiedere ai ragazzi sporchi che giocavano su le pietre. Per molto tempo andai cos, con indifferenza, da un vicolo all'altro. Nulla chiedevo agli abitanti, nulla chiedevano a me. Solo, qualche volta, i ragazzi alzavano il capo per guardarmi e mi guardavano le madri lavorando su le porte spalancate.
Un giorno capitai in un vicolo remoto, pi stretto degli altri, sormontato da un arco. Presso l'arco c'era una piccola loggia e nella loggia piena di sole si apriva la porta di una singolare dimora, tanto piccola, tanto povera, tanto deserta d'intorno, che si sarebbe creduta abbandonata, se la porta non fosse ogni giorno rimasta aperta. Dinanzi alla porta filava una vecchina. Era piccola, curva, con le mani scarne, il volto pallido, gli occhi sereni, stranamente sereni, i capelli bianchi. Vestiva un abito nero, logoro, antico; sempre lo stesso. C'era tanto sole nella piccola loggia davanti alla casa della vecchina, ma i ragazzi non vi giocavano mai, ed essa rimaneva sola, sempre sola. Non pareva dolersi della sua solitudine; pareva non avvedersene, e filava sempre. Presso la filatrice, sul davanzale di una finestra piccola e bassa, in un vecchio vaso, c'era una pianta verde di geranio, che non fioriva mai. La vecchia amava quella pianta: la inaffiava puntualmente, senza dimenticarsene, la sera e la mattina, e le strappava le foglie secche, come il tempo strappava a lei gli anni, cos che non si ricordava pi quante volte le rondini avevano fabbricato il nido sotto la gronda, da che essa viveva nella casina. Mi piaceva la strana vecchietta, e passavo e ripassavo per quella via. E la vecchina filava sempre, la mattina, la sera, senza annoiarsi, senza stancarsi mai. Poi mi avvicinai un giorno e mi affezionai alla povera filatrice. Allora tutti i miei giri di piccola vagabonda ebbero una mta: la loggia della vecchina.
E lass, nella viuzza deserta, essa mi narrava le cose e i fatti dei suoi tempi; le novelle meravigliose e le leggende del paese. Ma un giorno mi dissero che la vecchina era morta. Pensai che la sua dimora era vuota, che la loggia era deserta: non ricordai che il geranio aveva sete e impallidiva, e non vi tornai pi.
Da allora Ciciano mi rimase per lungo tempo indifferente e non mi accorsi che le sue case aumentavano, che le sue vie ingrandivano, e che perdeva quell'aspetto di rustico villaggio.  stato oggi, che ritornando dopo lunga assenza, me ne sono accorta. Io non riconosco pi le sue case, come non riconosco pi i suoi abitanti. I ragazzi hanno dimenticato le capre alla pastura. Questo non  pi Ciciano colme lo vidi e come l'amo io, rustico e semplice. Sono andata cercando qualche cosa che mi parlasse del tempo trascorso e sono ripassata dinanzi alla casa della vecchina. La casa  ingrandita e su la porta c'era una donna che non conobbi. Essa mi guard, ma non sorrise come la vecchina.
Solo una cosa Ciciano conserva d'immutato: il pianto delle sue campane.
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CONTAVA.
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Contava, di sera, la bianca vecchina,
contava filando, le fole, per noi.
Passava tra i boschi la bionda regina,
correvan cavalli di fate e di eroi.
Di fuori la neve cadeva pi bianca;
sentivo col vento passar la Befana.
Di dir le novelle non era mai stanca,
e sento nel cuore la voce lontana.
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MENESTRELLO. (16)
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Era un tempo prigioniera
nel selvatico castello
una ricca principessa
dal pi candido mantello.
Un ignoto cavaliere
venne un giorno al suo verone,
ripet su la mandola
la sua povera canzone.
Venne mesto, di lontano,
si vest da menestrello;
ma la bella prigioniera
non ud quel ritornello.
Ripeteva mestamente
nel singhiozzo la mandola:
O gentile prigioniera,
chi nel pianto ti consola?
Per chi cuci quel vestito
di finissimo broccato?
Per chi cuci quel mantello
nel silenzio ricamato? -
Colse un fiore molto strano
tra le selve 'l menestrello;
cadde simbolo d'amore
sul verone del castello.
Ma non seppe la meschina,
ma non vide 'l menestrello.
Egli torna sconsolato
ne' dintorni del castello.
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IL RITORNO DEL CAVALIERE.
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- Riprendi, mio vecchio destriero,
riprendi quel trotto primiero.
Riportami ai fidi manieri
con l'arme dei vinti guerrieri,
ripassa col premio novello
la porta del vecchio castello! -
Correva tra gli alti dirupi,
correva tra i valichi cupi.
Dormivano in sonno profondo,
tacevan le cose del mondo.
Un pianto cadeva di cieli,
bagnava le fronde e gli steli.
Brillava d'invitto valore
la spada del forte signore.
Le briglie premeva la mano,
correva, correva lontano.
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LA LEGGENDA DI SAN GALGANO.
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Serena di pace divina,
fiorita, rideva la china
e l'eco di canti lontani
sommesso saliva da' piani.
Pensoso col sole di maggio
veniva dal queto villaggio.
Suonavano l'Ave Maria,
sassosa volgeva la via.
Vicino la povera croce
del vento moriva la voce.
Reclina, - diceva - destriero,
reclina sul duro sentiero!
Al Santo ridevano gli occhi,
e quegli piegava i ginocchi.
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(17)Siena, 12 luglio 1929.
Fontebranda, Fontebranda, tu mi sei apparsa come una visione in un tramonto senza nubi, e hai detto alla mia anima la parola che non si dimentica.
Sono venuta di lontano coi pellegrini, e al mio sguardo che nulla conosceva, fuor che i monti nati,  apparsa la citt di Caterina con le sue torri e le sue guglie. Ho vissuto nella penombra un attimo coi suoi mistici, e ho dimenticata la via che mena ai monti.
Sono partiti i pellegrini, ma io non ho chiesto loro la via del mio ritorno. Sono rimasta; ed ogni giorno percorro le stesse vie, rivedo le stesse piazze, le stesse torri, le stesse chiese. Tanto tempo  passato cos, ma io sono ancora come un pellegrino, come fiume si rinnova il mio stupore.
Ogni pietra ha una storia da narrare, ogni donna un artista da ricordare. Io ascolto quella voce e so il linguaggio dei suoi poeti. Ma quando voglio sentire tutta la bellezza della sua poesia, come in quella sera, io ritorno in Fontebranda, perch  l che si agita la vera armonia di Siena.  l che aleggia lo spirito invisibile di Caterina;  l che al tramonto di ogni secolo, di ogni anno, di ogni giorno, Siena riaccende alla fede di lei la fiaccola dell'ideale. E la Santa ritorna ogni sera, ma non discende alla piazza deserta, ma non varca la soglia del tempio, perch sono gelidi i marmi. Essa torna, come sempre, in Fontebranda, perch l c' il sole rosso che tingeva di fiamma la sua veste bianca di bimba; quel sole si estingue per risorgere pi bello. L'attende la vecchia Lapa inquieta e meravigliata sulla porta della povera dimora. La guardano con affetto le semplici popolane e le si accostano i bimbi e tendono a Caterina fiori bianchi come la sua anima.
Caterina ritorna in Fontebranda, e il popolo lo sa, e le vuol bene, e l'addita al forestiero.
Io l'ho vista sul tramonto, quando le campane di San Domenico piangono nel cielo la preghiera della sera e si tingono nel sole le mura e i campanili.
Discendeva dalla chiesa guardando davanti a s, e si leggeva nel suo sguardo di fanciulla l'amore del sacrificio e la purezza della sua missione. Venivano dietro di lei le dame e i guerrieri; ma le donne reclinavano la fronte e i guerrieri incrociavano le spade.
O viandante, che giungi per la prima volta a la citt di Caterina, non ti fermare dinanzi alle torri, non entrare nel tempio. Discendi in Fontebranda, cerca con lo sguardo dell'anima la Figlia del Tintore e ascolta laggi la poesia di Siena sognatrice. E Siena, allora, ti sussurrer la parola che non si dimentica.
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MATTINO.
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Mille canori augelli
cantavano giocondi
e tutti gli arboscelli
chinavano le frondi
al palpito divino
del roseo mattino.
Belando, a' lieti fonti
correan le pecorelle,
e pe' lontani monti
cantavan pastorelle
di verit profonde
e fortunate onde.
Del fiume prediletto
sulla renosa riva,
un biondo giovinetto
di carit pi viva,
sorride, bianco giglio
d'eterno amore figlio.
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Siena, 24 luglio 1929.
Erano due ragazzi. Forse fratello e sorella; forse s'erano incontrati un giorno sulla strada come due pellegrini. Ora, due pellegrini hanno comune almeno un ricordo e un desiderio; perci sono amici nel paese sconosciuto. Cos poteva essere dei due ragazzi.
Li vidi un giorno sulle scale di San Domenico. Parevano stanchi, avevano l'aria triste. Il ragazzo era pi grandicello, bruno, con gli occhi pensosi. La bimba era pi piccola, pi gracile. Aveva i capelli biondicci, raccolti in una piccola treccia serrata; sofferente, pareva, come il volto magro, giallognolo, di donna adulta. Solo gli occhi grandi e tristi erano di bimba; di bimba che ha sofferto e soffre sempre, ma non piange pi, ormai vinta e piegata come un giunco ingiallito sotto l'acqua.
Il ragazzo aveva un organetto, ma non suonava per chiedere ai passanti un soldo o almeno uno sguardo di piet. Quei ragazzi avevano fame e non possedevano nulla. Si leggeva nei loro volti. Tremavano, erano sfiduciati. La bimba aveva reclinato la testa; forse sognava la madre che non vide o che perd. Il ragazzo la guardava, pareva capirla. Poi il ragazzo si alz, prese per mano la piccina, si allontan, scomparve tra la folla.
Un'altra volta li vidi al crocicchio di una via. Allora il ragazzo suonava l'organetto e la bimba tendeva ai passanti la mano piccola, scarna, come il volto deformato dalla sofferenza. Alcuno li guardava con indifferenza, altri con piet; altri infine lasciava cadere una piccola moneta nella mano tesa.
Per molto tempo li rividi al crocicchio della via. Dall'organetto uscivano sempre le stesse note; voci tristi, voci di pianto. Sempre la bimba tendeva ai passanti la mano scarna. Gli occhi del ragazzo erano sempre pensosi, quelli della bimba sempre tristi. Non sorridevano mai, non piangevano mai, non si parlavano mai. Solo ogni tanto il ragazzo guardava la bimba. Allora il volto restava immutato, ma lo sguardo diveniva pi triste.
Cos i giorni passavano ed essi non parevano avvedersene. Non dicevano nulla, non chiedevano nulla. Erano soli, tra la folla che li spingeva, li scostava inconsapevole. E nel silenzio si accostavano, l'uno a l'altra, non per riscaldarsi le membra intirizzite, ma per risollevare l'anima stanca e avvilita.
Io pensavo ai piccoli mendicanti. Che avevano quei ragazzi? Non so, volevo avvicinarli, dir loro una parola, udire il suono della loro voce. E un giorno infatti mi avvicinai. Dissi qualche parola, non so che cosa, non ricordo pi. So che allora udii la voce del ragazzo. Era una voce triste; pareva venire di lontano, di molto lontano, ed era scossa da un tremito di pianto come le note dell'organetto. Mi disse una storia; una storia lunga, una storia triste. Non so se quella fosse la verit, ma che importa? Se non era quella, era uguale a quella. E poi io avevo capito due cose tristi: che la loro via era lunga, senza ritorno, e che essi avevano il desiderio di una carezza. Io mi vergognai di aver fatto ricordare ai ragazzi la loro sorte, e mi allontanai senza gettar nulla alla bimba, che non tese la mano scarna. Mi pareva che un soldo li avrebbe avviliti di pi, e che essi mi avrebbero disprezzato. Mi allontanai, ma fatti pochi passi, mi volsi indietro. Essi mi guardavano ancora. Il volto del ragazzo era immutato, ma lo sguardo era cambiato, come quando si volgeva verso la bimba.
Il giorno dopo non incontrai i mendicanti al crocicchio della strada e per molto tempo non li rividi pi. Poi un giorno ritrovai il ragazzo. Era solo, lontano dalla folla, e come una volta sulle scale di San Domenico, non suonava l'organetto.
Di nuovo mi accostai e chiesi della piccina. Il ragazzo si alz; fece un gesto vago con la mano, disse qualcosa che non capii, e s'allontan. L'espressione del volto era la stessa, come sempre, ma negli occhi c'era qualcosa che mi sembr una lacrima.
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PIANTO DI MAMMA.
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Ignara nel piccolo nido
bevevi nel sogno la vita,
correvi con piccolo grido:
o bimba, perch sei partita?
Ti cerco tra cori di bimbi,
riguardo la povera cuna;
un giorno tra candidi nimbi,
nel sonno, parevi pi bruna.
Ti sento talora nel grembo,
ti vedo nell'abito rosa,
ritocco dell'abito il lembo.
Riposa, piccina, riposa!
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MENDCO.
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Onde vieni? ove vai?
Quella mta che non sai,
qual destino ti segn?
Quel vagar senza confine,
quel dolor che mai cess,
quando avran la loro fine?
Guardi il cielo, guardi fiso,
e riluce sul tuo viso
qualche cosa non d'umano.
Egli mormora: Maria!
egli prega piano piano,
va e va per la sua via.
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Ciciano, 23 agosto 1929.
Era il mio nido una capanna dimenticata ed io l'amavo di un amore selvaggio, come l'aquila rapace ama le grotte della montagna. Strappavo i fiori sull'orlo dei precipizi, ascoltavo il brontolo delle cascate, coglievo le more tra gli spinosi roveti e le fragole tra le boscaglie montane. Richiamavo a sera il gregge smarrito, bevevo il latte spumoso ed aromatico nelle colme ciotole di legno e intrecciavo canestri di fiori.
Ero contenta del mio destino e nulla chiedevo alla fortuna. Ma una volta, scendendo per tortuosi sentieri tra le giogaie dei monti e gli abissi spaventosi e inaccessibili, incontrai uno strano viandante. Aveva bianca la barba, bianchi i capelli come l'antico Genio della montagna, ma non aveva come questi la veste semplice e rozza, stretta alla vita da una cinghia di pelle di camoscio, inseguito (come dice la leggenda degli avi), per un tempo immemorabile, nel chiarore della luna, dall'ardito cacciatore. Era bianca la sua veste ricamata d'oro e le sue scarpe non erano rozze e ferrate come quelle che calza il montanaro per sorreggersi, appoggiato al nodoso bastone, tra le rocce sdrucciolevoli. Calzava invece due sandali di finissima pelle, fermati al piede da lunghi legacci di seta variopinti.
- Che fai - mi chiese il vecchio viandante - tra le giogaie dei monti? Che cosa impari quass?
- Guardo il gregge che mi  stato affidato, e lo accompagno sempre, ora col sole, ora con la bufera, per le valli montane. Colgo i selvatici frutti germogliati a primavera dopo l'asprezza dei venti e maturati in autunno dopo gli ardori d'estate. Intreccio canestri di fiori, e imparo a camminare, col bastone che non si piega, sull'orlo dei precipizi.
Il vecchio mi guard a lungo in silenzio, scosse lentamente la testa bianca in un incomprensibile diniego, poi di nuovo parl, e la sua voce era grave e solenne.
- O figlia della montagna, - mi disse, - ben poca cosa imparasti quass. Appassiscono i fiori dei tuoi canestri, e vacilla il tuo piede sull'orlo dei precipizi. Ma sguimi, - riprese, - e t'insegner a strappare i segreti del creato e a camminare senza vacillare sul margine dei precipizi.
Questo ed altro disse di meraviglioso lo strano viandante. La sua parola ammali la mia anima; abbandonai il gregge e discesi dai monti verso l'ignoto.
Belavano le pecore smarrite, mugghiavano i giovenchi, chiamandomi invano. Io non udivo che l'eco di quel richiamo disperso tra i monti, e scendevo dietro lo strano viandante. E camminai, camminai per giorni e per anni e sempre s'ingrand l'orizzonte. Ma un giorno stanca mi rivolsi al viandante: - Quando - gli dissi - terminer questa via? E che cosa incontreremo al termine di essa?
Allora il vecchio mi guard con uno sguardo ancora pi strano e parve sgomento della mia domanda.
- Vedi, - mi disse, e la sua voce era incerta come quella di chi pensa a un inesplicabile mistero - ho camminato sempre; ora i miei capelli sono bianchi, i miei sandali sono consumati e mi son dimenticato di contare gli anni che soro passati. Ma la via  ancora lunga ed io non so pi immaginarla. E se i miei capelli ritornassero bruni, se cambiassi i miei sandali sdruciti e tornassi a numerare gli anni, forse neppure allora potrei toccarne la fine. Eppure al termine di questa via si legge il gran segreto che ci trascina; l c' la chiave dell'incomprensibile enigma, del grande mistero.
Allora compresi per la prima volta che non si pu leggere il mistero custodito nell'ombra e sentii l'amaro della delusione. Il primo incanto si ruppe in me come si rompe un velo di ghiaccio sotto l'urto di un sasso precipitato, e sentii affacciarsi la nostalgia del passato. Ma non potei ritornare e forse non lo potr mai; perch su la montagna abbandonata, il vecchio disse alla mia anima la parola che l'ammali.
Ancora proseguo il mio viaggio, perch cos volle un bizzarro destino e sempre s'ingrandisce l'orizzonte. Ma io non vi scorgo pi, come un giorno tra le campagne nate, le cime dei monti, poich lo stesso destino che mi trascina nel mio viaggio, le ha avvolte di una nebbia che non si dilegua.
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L'OMBRA.
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Chiesi un giorno a le nubi lontane
quando l'ombra finisce quaggi;
mi rispose vicino una voce,
una voce che disse: Mai pi!
Alle stelle del cielo turchino,
a la notte vestita di nero,
io richiedo con timida voce,
come allora, lo stesso mistero.
Io richiedo ne l'ombra la via
e risogno la luce che fu;
ma risento la solita voce;
quella voce che dice: Mai pi!
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VORREI.
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Vorrei fuggire nella notte nera,
vorrei fuggire per ignota via,
per ascoltare il vento e la bufera,
per ricantare la canzone mia.
Vorrei mirare nella cupa volta
fise le stelle nella notte scura;
vorrei tremare ancor come una volta,
tremar vorrei, di freddo e di paura.
Vorrei passar l'incognito sentiero,
fuggir per valli, riposarmi a sera,
mentre ritorni, o giovinetto fiero,
chiamando i greggi, e piange la bufera.
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Ospedale di Siena, 1 marzo 1930.
I primi giorni di spedale furono lenti e monotoni. Io vivevo estranea e lontana dalla vita che si agitava intorno a me e nulla si comunicava con l'anima mia. Non potevo sorridere del raggio di sole che baciava la mia coperta, n delle mammole profumate che mi portavano il primo sorriso della primavera nel saluto affettuoso delle mie compagne. E neppure sapevo piangere sulle miserie dolorose che mi passavano accanto. Cos due cose mi mancavano: il sorriso, e il pianto, i due doni cos diversi e pur cos uniti che la natura fece all'uomo per esprimere le gioie e gli affanni del cuore.
Per molti giorni rimasi nella mia solitudine e nulla mi richiamava, come prima, alla bellezza della natura.
Una sera, dopo una pioggia violenta e uno sbattere furioso di vento, alcuni lampi squarciarono il cielo, e il rombo pauroso del tuono parve scuotere la terra in un sussulto di tremito e poi finire lontano in un lungo brontolo. Poi improvvisamente il vento si quet, la pioggia cadde meno violenta, a poco a poco le nubi perdettero il cupo colore della tempesta, il sole dirad le ultime nebbie del cielo e baci i colli in una festa di raggi luminosi. Brillarono nei colori dell'iride le ultime goccioline di pioggia e l'azzurro umido sorrise all'uomo, che tornava alla vita in un ritmo pi gaio.
Allora una finestra si apr, e un canto prima timido e incerto, poi simile al pianto represso di una gioia troppo grande mi scosse, spegnendosi in un gorgheggio. Rimasi muta e immobile ascoltando in silenzio. Al primo gorgheggio ne segu un altro, poi un altro, uno ancora; dieci, venti voci uscirono dalle piante bagnate di pioggia e in piccoli voli ripeterono al cielo e al sole il tripudio festoso della loro vita fatta di trilli e di voli e di amore al creato. Pareva che quei piccoli esseri irrequieti avessero nel fragile corpicciolo i canti del vento e le voci misteriose della Natura. A lungo ascoltai quei gorgheggi. Qualche cosa si apr nel mio cuore, e gustai a lungo di quella gioia, fino a quando l'ultimo trillo si perd nel cupo delle fronde disegnate su lo sfondo dell'azzurro, velato appena dalle prime ombre della notte che tornava col tremolo di poche stelle.
Rimase forse in me qualcosa di quel canto? Cosa mi dissero quelle voci? Non so, non lo capii, ma tornai a sentire e amare le cose belle della Natura e una pagina nuova si apr nel mio cuore.
Ora ascolto ogni sera le voci dei cento passerotti, fuse in un gorgheggio armonioso, e quando l'alba si desta nel primo biancheggiare del mattino, il canto si ripete tra le piante umide di rugiada. Come quella sera di pioggia, e come allora, io ascolto quel canto, e la stessa gioia ritorna al mio cuore.
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ALBA.
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Un mormorio di frondi, un aliare,
piangono i cieli stille di rugiada;
e cantano canori l'albeggiare,
passeri a stormo, a' tigli de la strada.
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LODOLA.
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Canti l'aurora
gi ne' vasti piani,
canti canora
tra fiorenti grani.
Voli cantando
la canzon di brio,
voli vagando
lungo 'l verde rio
Godi ne' cieli
l'aure mattutine,
sogni di geli,
di sfidate brine.
Canti pi mesta,
quando su la sera,
sogna di festa
la natura intiera.
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Ospedale di Siena, 26 febbraio 1930.
Passava il Carnevale nel suo trionfo di danza e d'armonia, di luci e di colori. Io ne sentii l'eco e piansi la mia giovinezza. E lo seguii tra le sale vagamente adorne e vidi giovani e fanciulle in allegria, in vesti vaporose e chiome ricche di fiori. Tristemente piansi la mia sventura; ma quelle lagrime avevano un magico potere e vidi una cosa che prima non seppi. Erano appassiti sullo stelo quei fiori strappati dal selvaggio bosco fresco e verde nel sole. E come nel caldo appassiscono i fiori amanti della carezza del vento e del sorriso del sole, cos nei troppi divertimenti appassiscono le virt giovanili, senza cui la vita  arida e vuota.
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CARNEVALE.
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Vidi un biondo giovinetto
ne la veste tutt'adorno;
era vago nell'aspetto,
mille faci aveva intorno.
Sopra un carro era seduto
tra la Danza e l'Allegria;
di mandle e di liuto
segue 'l canto l'armonia.
Viene al biondo Carnevale
Giovinezza in lieto coro,
di palagi in ricche sale
brillan luci in fasci d'oro.
Nelle coppe cristalline
versan paggi biondi vini,
e le pallide damine
han di fiori ornati crini.
Ma si piegano que' fiori
su lo stelo inariditi,
ch 'l velluto de' colori
ride al vento e a' freschi liti.
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Ospedale di Siena, 15 marzo 1930.
C' nell'anima nostra una voce misteriosa che udiamo meravigliati col cuore inconsapevole. Vi sono dei momenti in cui quella voce  tanto dolce che ci sentiamo trasformati, elevati spiritualmente sopra la miseria umana, trasfusi in qualche cosa d'indefinito che aleggia intorno all'anima e la purifica in un amore divino per ci che  grande e bello.  allora che noi siamo buoni. Ma questa poesia del cuore, che spira il ritmo della vita e conserva la freschezza della volont, raramente l'udiamo.
La primavera, pur bella che sia, ha i suoi giorni velati di ombre e le sue ore di tempesta. Cos  nella vita. Anche l'uomo che si stima felice incontra difficolt e si piega prima o poi col cuore stanco nel dolore. Allora, come la tempesta disperde l'armonia di primavera, in noi si tace l'armonia del cuore, si spenge la voce misteriosa in un soffio di debolezza, ci ribelliamo alle leggi della nostra natura, e tentando sollevarci nel vuoto, senza appoggio, ricadiamo pi in basso. Solo le anime grandi odono sempre la voce del cuore, perch questa  la voce della bont, e non vi  grandezza vera senza bont. La vita non sarebbe forse tanto triste quanto sembra, ma lo sguardo nostro  limitato, e tremando nel gelido grigiore di gennaio, non sappiamo pensare che sotto il bianco della neve germoglier la pianta di primavera che dar il pane dell'esistenza. Si passa cos sulla scena della vita chiusi nel nostro orgoglio e non ci accorgiamo che la felicit ci passa accanto nell'aspetto pi umile e indifferente. Perch, la rosa orgogliosa, che, bevendo nel primo sole l'ultima stilla di rugiada, non guarda e deride la piccola margherita, pianger nel primo alito di vento i petali strappati alla sua corolla. Solo chi si vince nella passione e ascolta la voce ispiratrice del cuore, potr gustare le gioie che son date all'uomo.
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CHIESA SOLITARIA.
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O chiesetta misteriosa,
solitaria sul cammino,
quivi stanco si riposa,
quivi sosta il pellegrino.
Canta lieta la campana
nel mattino vaporoso;
quella voce va lontana
per il colle rugiadoso.
Lungo i fossi solitari
coglie l'edera novella,
per ornare i sacri altari,
la gentile pastorella.
Fioriranno al nuovo maggio,
fioriranno a te vicino,
col profumo pi selvaggio,
fioriranno i biancospino.
Torner la pellegrina
sotto l'umile crocetta,
canter su la mattina
da la piccola casetta.
Per i campi qui vicini,
lavorando, su la sera,
sosteranno i contadini
per udir la tua preghiera.
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Ospedale di Siena, 20 marzo 1930.
L'ultimo appoggio dell'uomo vinto o dal dolore o dalle avversit  la speranza che reca la Fede. Essa molte volte si addormenta, ma si ridesta poi al disperato appello del cuore dolorante davanti all'impossibile. E la gioia che Dio ci serba dopo un dolore  pi bella e pi vera.
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LA QUERCE ANTICA.
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Pi non ha foglia la quercia antica
dove sedevo sul mezzo giorno,
quando nel canto della fatica,
curvi nel sole, mietono intorno.
Tende le braccia nude nel cielo,
piange nel vento, sotto la brina;
gemono i rami stille di gelo
come la fonte, gi cristallina.
Gola canora pi non ti desta
ora che vuoti pendono i nidi,
tutta si tolse chioma di festa
ora che 'l vento perse que' gridi.
Solo la sera torna pi mesta,
lenta ritorna, stanca di volo;
torna da' boschi, dalla foresta,
ove l'assiolo geme da solo.
L'anima torna al tronco nodoso
mentre la notte piange bufera.
Sogna la vita, sogna riposo,
ora che vegli, tu, capinera.
Vestono i monti grigio mantello,
batte la pioggia, gemono i rami.
Sogna di fiori prato novello,
sogna di voli, sogna di sciami.
Beve la linfa dolce nel sole
quando le gemme s'aprono un poco;
spande l'arma delle viole
sotto la volta fatta di fuoco.
Gode la vita piena d'amore,
mentre si perde, come d'incanto,
l'ombra grigiastra d'ogni livore,
ch non ha gioia chi non ha pianto!
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RICORDO.
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Veniva lento nella notte nera
un canto misterioso di campane;
erano voci lente di preghiera,
erano tocchi d'armonie lontane.
Ed alla madre che vegliava accanto,
- Oh - dissi - cosa cantano s bene?
La madre mi guard tra riso e pianto:
- Cantano a Cristo, nato tra le pene.
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Ospedale di Siena, 4 aprile 1930.
La mia vita fino ad oggi?  un libro di quattro pagine. Come per le viole, la prima  pi odorosa. L'ultima  sgualcita dalla pioggia, proprio come l'ultima mammola piegata su lo stelo dall'acquazzone d'estate. Torner il sole?
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Ieri dissi che la mia vita trascorsa  un libro di quattro fogli. Oggi penso che la vita di tutti  un libro in ogni tempo, non importa di quanti fogli. Anche tra questi, come tra quelli che raccoglie il libraio nella sua bottega, ci sono i libri che aprono al bello la mente e curano il cuore ammalato. Accanto a questi stanno i libri che non si debbono leggere, o di cui si debbono temere i pensieri che intossicano l'anima col profumo troppo acuto di un fiore che la terra non d.
Ma pure, vedete, non mi pare che questi libri siano poi tanto inutili o dannosi in ogni pagina che li compone. Sfogliandoli attentamente, con pazienza, in fondo a qualche pagina sgualcita, si trova spesso un pensiero, una parola che ci meraviglia e ci commuove fino a strapparci una lacrima a cui non si pu credere. Forse questa parola e questo pensiero non esistono nel libro scritto pel cuore, e in una pagina nitida di esso si legger, con meraviglia che ci rattrista, una parola o un pensiero che non si era supposto.
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LE VOCI.
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Mandolini
L'ho sentiti lenti lenti,
eran tanti mandolini;
pare un cuore si lamenti,
pare un pianto s'avvicini.
Forse un'ombra bianca bianca
s' perduta sola sola;
ne la notte tanto stanca
di quel pianto si consola.
Ne' silenzi cristallini
l'ombra tese un vago manto.
Mandolini, mandolini,
ripetete 'l vostro canto!
Ripetete l'armonia
cos vaga e cos lenta.
Ma chi sa che cosa sia?
Forse il cielo s'addormenta?
Mormoro di preghiera
L'ho sentita piano piano,
L'ho sentita in prima sera;
par che venga di lontano,
par singhiozzo ed  preghiera.
L'ho sentita a tarda sera
quando piangono nel cielo,
quando l'ombra troppo nera
copre i salici d'un velo.
Par che dica cose strane,
par che dica cose belle;
par che piangan le campane,
par che sappiano le stelle.
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Ospedale di Siena, 18 aprile 1930.
 la vendemmia, l'ultima festa dei campi, e con le ciocche dorate cade l'ultima canzone campestre. Ma  poi tutto vero?
S, la vendemmia  forse l'ultima festa, ma l'anno che muore tra le brume d all'uomo un altro raccolto. C' un'umile pianta che tende la sua chioma d'argento su la tristezza delle colline dispolte e si alterna con una nota di vita tra i colori appassiti delle viti morte. E mentre l'Autunno strappa con la furia dei primi venti gelati le foglie invecchiate di primavera, l'umile pianta dei colli petrosi, che sfider nel silenzio i ghiaccioli pendenti ai suoi rami e orner di neve la chioma, dona all'agricoltore il frutto maturo. Nessuno si orna di quella fronda e non si staccano ramoscelli dal tronco rugoso per formarne fasci fragranti come si fa con l'alloro. Eppure c' un giorno, un giorno solo dell'anno nel quale anch'essa ha la sua festa.  una festa umile, com' la pianta che d le sue fronde per adornarla; viene in un giorno bello di aprile, in un giorno dolce come lo scampano delle sue campane. Chi non ha visto, in un mattino di primavera nascente in un'armonia di luce e in un profumo delicato di fiori, i fanciulli discendere innocenti verso le chiese con ramoscelli di ulivo? E chi non ha sentito la tenue poesia dei piccoli fasci offerti dalle mani dei bimbi che ignorano tante cose? Eppure non ho sentito decantare la pianta modesta dei nostri colli quanto la quercia che pur s'ischeletrisce e trema nei lividi tramonti e nei mattini di gelo. L'ulivo  un po' come la viola delle siepi che s'impicciolisce e si nasconde nella sua umilt sotto le foglie e tra le erbe secche, ed  cos profumata. E sono spesso le cose belle, che nascondono la bellezza sotto l'umilt, che si trascurano, e cerchiamo altrove ci che solo esse possono dare. Anche l'ulivo ha la sua grande virt.
Non lo dimenticarono i Greci e dissero che la saggia Minerva fece un giorno sbocciare dalla terra l'albero dalla chioma perenne che matura nei rami nodosi e contorti la piccola bacca, che ultima raccoglie il rustico agricoltore.
La raccolta delle ulive non ha i canti della vendemmia, ma ha anch'essa la sua poesia: una poesia pi mite nel grigiore delle nebbie, che si accende in un sospiro tra le nubi della sera. Zirlano i tordi nei boschetti solati e vengono fino a noi per strappare la bacca matura. Poi tornano per i boschetti e cantano insieme a loro i pettirossi delle siepi la nota mesta dell'inverno che ritorna.
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NOTTE.
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Cala la notte nel silenzio grande;
pallida luce di deboli lampi,
debole soffio di vento, che spande
soavi armi tra i fiori dei campi.
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L'ultima preghiera di Dina Ferri.
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Ospedale di Siena, 2 maggio 1930.
O Cristo, Dio mio, Padre mio, che mi hai tratto dal nulla alle meraviglie del Creato, dmmi luce per vedere e carit per intendere e vivere d'amore in Te e per Te. Dmmi forza per portare la mia Croce e gioia nel soffrire.(18) Sostiemmi se vacillo e rialzami se cado. Disseta nell'agonia lo spirito assetato con una goccia del sangue Tuo e fammi morire con Te, per risorgere alla Tua gloria. Rafforza di zelo la mia debolezza e spingimi sempre avanti verso la luce che non si spegne. Chiamami se ho sperato nella via che mi segnasti e attendimi alla fine. Non disdegnare, mio Dio, i pochi frutti che nel viaggio raccolsi per Te e accogli i pochi fiori esili e appassiti che son giunti fin qui. Guardali benigno e i frutti si moltiplicheranno e i fiori torneranno freschi e vigorosi.
Il cammino fu lungo, Signore, pieno di sassi e di spine. Mi riposai all'ombra nel meriggio infuocato, ma il sole mi colp; mi rifugiai nelle spelonche quando infuri la bufera, ma il vento mi schiaffeggi. Ora son giunta, o Signore, e busso alla Tua porta. Essa si aprir, poich Tu l'hai promesso, n colpo di bufera, n ardore di sole mai pi mi colpir.
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NON SA.
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Il giorno declina,
ritorna la sera;
o bianca mammina,
fai dir la preghiera.
Lontane lontane
non senti s piano
cantar le campane?
 fredda la mano
che posi sul petto.
Perch bianca bianca
rimani sul letto?
Mammina, sei stanca?
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LO STRANO PAESE.
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Ho sognato d'un paese
tanto bello e tanto strano;
vi fiorisce d'ogni mese
la viola e 'l melograno.
Vi fiorisce la vitalba
su le siepi senza spine;
profumata ride l'alba
senza geli e senza brine.
Torna 'l sole delicato
tra ricami porporini;
ogni nido s' destato
nel silenzio de' giardini.
Bacia petali di fiori
la rugiada del Mattino;
tra la festa de' colori
canta 'l fonte chiaccherino.
Una bionda giovinetta
passa al vento de' tepori;
orna al salice la vetta,
dona 'l nttare de' fiori.
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A la rondine che venne
dalla terra d'oltremare,
che portava ne le penne
la salsedine del mare,
"O - richiesi - pellegrina
che ritorni di lontano,
sai la nota mattutina
d'un paese cos strano?"
"Ho volato tanto stanca
sopra i lidi pi lontani,
quando l'albero s'imbianca
per la festa di domani;
non intesi quella nota
nel deserto senza fine,
non v' terra pi remota
senza geli e senza brine.
Non esiste quel paese
tanto bello e tanto strano;
non fiorisce d'ogni mese
la viola e 'l melograno."
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Ospedale di Siena, 6 maggio 1930.
Brillava nel profondo una stellina luminosa. Faceva pensare ad una goccia di rugiada anelante al petalo di un fiore, o alla lacrima pietosa di un Angelo stanco, smarrito nelle vie dell'azzurro. La notte era scura e la luna si era dispersa nei remoti plaghi del cielo senza confine.
La stellina tremava. Tremava come sgomenta della sua solitudine, e pareva spegnersi e riaccendersi, nel tremito. Un assiolo cantava, e quella voce malata di tristezza e di solitudine moriva come un singhiozzo nella notte velata d'ombra. Intorno a me le malate tacevano; non si udiva nessun lamento. Ed io ascoltavo l'assiolo, e guardavo attraverso la finestra la stellina solitaria.
Come in sogno mi allontanai a poco a poco col cuore e con la mente, rivissi nel ricordo della fantasia tutta la bellezza di una notte scura d'estate, e mi addormentai nel silenzio, sotto il cielo tempestato di stelle, in mezzo al canto di cento grilli nascosti tra il fresco dei grani e nei campi odorosi di fieno.
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PERCH?
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- Mamma, che sono, lo sai,
que' lumi del cielo turchino?
Cos non si vedono mai
di giorno, - diceva 'l piccino.
Sorrise la madre pensosa.
- Son gli occhi degli Angeli buoni.
Se 'l bimbo tranquillo riposa
gli portano piccoli doni. -
Aspetta sicuro 'l piccino
il dono dell'Angelo pio.
Riposa nel bianco lettino.
(Perch non ci credo pi io?)
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Crescevano i riccioli d'oro,
chinava la pallida testa
incerto sul primo lavoro.
Vegliava la madre pi mesta.
Richiese pensoso 'l piccino
del dono dell'Angelo buono.
-  lungo - rispose - 'l cammino,
perdette quel piccolo dono. -
Si perse nel lungo cammino
e l'ombra fugace van.
E pianse nel bianco lettino.
(Perch si domanda cos?)
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SERA.
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Quante nubi nel cielo stasera!
quanti voli di rondini gaie!
Gi nel fiume, sommesso, cos'era
quel sospiro tra l'alte giuncaie?
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Ospedale di Siena, 4 giugno 1930.
Ci sono in cielo tante stelle, tutte le stelle d'estate, una bianca striscia vaporosa traversa il cielo dall'uno orizzonte all'altro. Ma lontano, di quando in quando, la notte ha un palpito sanguigno. Si  udito il singhiozzo di un assiolo, il canto timido di un grillo, il frinire pauroso di una cicala dispersa nell'oscurit. Poi tutto  taciuto, d'un tratto. Allora nel silenzio si  udito un canto; un canto simile ora al mormoro di uno zampillo, ora ad uno scroscio di stelle.
Era il canto di un rosignolo e tutto pareva ascoltare, anche le stelle smarrite del firmamento.
Rosignolo, che c' nel tuo canto? Tu piangi, ma non cerchi di dimenticare il tuo dolore. Lo sanno le stelle che ti guardano attonite, ma non lo sanno gli uomini. Ad essi piace l'armonia del tuo canto e ti ascoltano i poeti; ma non sentono il fremito del tuo cuore, ma non sentono il singhiozzo del tuo canto doloroso. Solo, nel brivido della solitudine paurosa, piangi nei boschi e allora il vento interrompe i suoi racconti alle querci annose e tace per ascoltarti. E tu canti, povero rosignolo, la canzone del tuo destino, la canzone senza parole. Ma quando si perdono le stelle nel biancore della luna e si coprono i piani di nebbie pallide come il cielo, tu non puoi pi cantare quella canzone che non si dice, perch non senti il brivido di paura che ti scuote e fa vibrare, come una magica cetra, il tuo cuore dolorante per una strana ferita. E taci tra le querci, ma  pi grande il tuo dolore, perch non puoi piangere nel canto quel dolore che t'ha vinto. Ed  per questo che tu canti solamente nelle notti senza luna.
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LA PERLA.
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Non lo sai cosa voglio?
Hai sentito, di notte,
quando scendono i fiumi,
con immenso gorgoglio,
dalle ripide grotte
verso il mare infinito?
Su dal cielo gemmato
una perla d'argento
cadde un giorno lontano.
Ho cercato, cercato,
ma 'l bagliore era spento.
Solo in sogno l'avr.
C' nel monte una via
sotto l'aspro roveto
che a la perla conduce.
Ma chi sa quale sia?
Ma rimane il segreto
che nessuno sapr.
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Ospedale di Siena, 9 giugno 1930.
I fiori hanno sete di rugiada e l'uomo ha sete di amore e di gloria.
Essi bevono le stille dell'aurora e l'uomo vuota il calice della vita, della gioia, del dolore, dell'odio e dell'amore. Ma passa la primavera e si prosciuga la rugiada, e passa la giovinezza e si disperde la speranza, perch niente v' di eterno fra noi, e rovina nel nulla ci che l'uomo ha creato, inevitabilmente. Solo l'ora  incerta.
Cos io pensavo nella serenit malinconica della sera. Poi tutto si  spento nel cielo e sono svaniti i ricami porporini.
La natura si compiace delle sue meraviglie e spande nei cieli l'armonie delle aurore pi belle e le fiamme dei tramonti di fuoco perch l'uomo le guardi, ma poi le vela di ombra pi densa perch esso non ne penetri il segreto.
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IL SEGRETO.
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Vado a dormire
del fiume sul greto,
sai?... per rapire
quel dolce segreto.
L'acqua lo cela
nel lungo cammino,
d'ombra si vela
nel chiaro mattino.
Passa 'l segreto
con l'acqua che va,
trema 'l canneto
col vento che sa.
Quando l'aurora
si bacia col cielo,
quando colora
di rosa lo stelo,
l'acqua ripete
il segreto che va;
l'acqua ripete....
ripete... chi sa?
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A RUTILIA.
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Cantavi nel delirio de la morte(19)
un canto con la voce fatta strana.
Il vento mugolava forte forte;
ma tu sognavi, l'anima lontana.
Tornava ne lo spirito sopito
il sogno de la prima giovinezza;
cantavi nell'aprile rifiorito,
del sole ti bevevi la carezza.
Cantavi nel ricordo de la vita
la favola del riso e dell'amore;
allora non sentivi la ferita 
che germina nell'intimo del cuore.
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La morte nel silenzio s'avvicina,
nell'ombra si nasconde cupa e nera.
Dell'alba ti beasti la mattina,
ma 'l canto non udisti de la sera,
ch stanca ti posavi a mezzo giorno
al rezzo del tuo platano fiorito.
I cieli ti ridevano d'intorno,
d'intorno t'alitava l'infinito.
Ma come del profumo a la viola,
che cela de la vita il gran mistero,
il vento t'ha rapito la parola,
e dormi ne la pace del sentiero.
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Ospedale di Siena, 10 giugno 1930.
Muore l'Estate come un gran giorno pieno di sole.(20) Ingialliscono le foglie del granturco e il sole non arde pi. Ritorna l'Autunno; si sente nell'aria l'alito del suo respiro. Viene l'Autunno e verr il giorno della vendemmia. Usciranno lungo i filari le donne e i fanciulli, i vecchi e gli uomini forti. Le giovinette si cingeranno di tralci e il vino stiller dal frutto maturo e verseranno le coppe ricolme e ovunque sar festa. Intanto, nell'attesa, si preparano i tini che spumeranno del dolce liquore.
Ma io amo gli ardori della canicola che imbianca le stoppie e ho paura dell'Autunno, perch dietro di esso c' l'asprezza del rovaio. No, io non desidero l'Autunno, perch non so cantare lungo i filari, e non voglio udire il canto della vendemmia, perch la malinconia di quel canto assopir le campagne. E poi io non potr raccogliere, come il forte agricoltore, il frutto del dolce liquore, poich nulla avr seminato o saranno morte le tenere viti. E l'Autunno sar triste per me.
Ma io non vedr ingiallire le foglie della vite come quelle del granturco. Quando l'ultimo raggio della canicola sar impallidito, io dormir sul ciglio del fossato.
C' un segreto gi nei campi e me lo disse una mattina una fanciulla che incontrai. Esiste un fiore strano che ha nel calice un nttare divino. Non so per quale ninfa fu creato questo fiore, ma l'uomo che una volta si disseta con quel nttare, s'addormenta e non sa pi. Anch'io accoster le labbra al calice del fiore strano, guster del nttare divino, e m'addormenter sul fossato. E sopra di me passer l'Autunno e pianger la bufera. Ma io non udr, e sogner la canicola che imbianca le stoppie.
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DIO.
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Muore l'Estate come un gran giorno,
come si muore sopra la spina,
come si muore senza ritorno,
lungo la siepe, rosa canina.
Sento vicino come un ronzo,
forse di un'ape, forse.... di che?
Voglio nel cielo fatto d'oblo
perdermi sola, sola con Te.
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LE ULTIME LETTERE.
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Ad Aldo Lusini, Siena.(21)
Siena, 11 febbraio 1929.
Ella mi perdoner certo della libert che mi prendo, e di cui le chiedo sbito scusa.
Ho tanto desiderio di riavere il mio quaderno e sar molto contenta se Ella, quando pi le piacer e meno le rester scomodo, far la gentilezza di rimandarmelo. Forse a Lei sembrer una sciocchezza questa mia insistenza, ma ora ho tanto bisogno di quel povero quaderno, che  infine la mia migliore compagnia.
La ringrazio vivamente e le invio saluti e auguri anche da parte della Signora Direttrice.
DINA FERRI.
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Siena (Refugio), 16 marzo 1929.
Sono tanto contenta di avere nuovamente presso di me il mio vecchio quaderno, che Lei mi ha gentilmente inviato insieme alla lettera che ho letto con vero piacere e alle cartoline che ho gradite assai. Grazie di quanto ha fatto e di ci che mi dice. Volevo risponderle subito, ma l'influenza mi obbligava a rimanere ancora in letto. Ora per sto bene e spero luned prossimo di tornare a scuola. Sono lieta di riprendere la mia vita scolastica, ma mi preoccupa un po' il pensare che un mese e mezzo di assenze mi avranno procurato non poco lavoro.
Saluti a Lei e alla sua Signora, anche da parte della Signora Direttrice.
DINA FERRI.
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Ciciano, 12 ottobre 1929.
 svanita la mia speranza di poter con calma lavorare in queste vacanze che sono ormai trascorse, perch da oltre due mesi sono ammalata. Da due giorni per la febbre  scomparsa e pare che il male cominci ad essere vinto. Speravo poter venire io stessa a portarle il mio quaderno, ma la guarigione si  fino ad ora fatta attendere invano e non torner a Siena che i primi di novembre, se non vi sar nessun'altra complicazione. Le mando il mio quaderno perch, se il tempo glielo permetter, possa vedere quel poco che ho fatto e darmi degli utili consigli. Avrei voluto ricopiare tutto, perch il quaderno  scritto tanto male e con tanto disordine che non vi capisco bene neppur io, ma non mi  possibile. Mi scusi per la libert che mi prendo verso di Lei. Se torner a Siena passer io stessa a riprenderlo, altrimenti mander qualcuno del mio paese. Nel quaderno ci sono tante cose che mi garbano anche meno delle altre e perci mi affido a Lei, fiduciosa che non andranno in mani di altri. I nuovi lavori cominciano da L'ultimo canto del prigioniero. Scusi se alcuni sono scritti in lapis: ero a letto e non potevo fare diversamente. Poveretti, saranno tutti malati, come me!
Saluto con affetto Lei e la sua Signora, augurando ogni bene e sperando rivederli presto.
Sarei tanto contenta se Lei, vedendo il marchese Misciattelli, lo salutasse da parte mia.
DINA FERRI.
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A Piero Misciattelli, Roma.(22)
Ospedale di Siena, 3 maggio 1930.
Ricevetti il libro che gentilmente Ella m'invi. In nessun altro tempo mi sarebbe forse stato gradito come ora nella solitudine dell'Ospedale. La piacevole lettura di quelle pagine mi ha fatto per qualche tempo dimenticare la tristezza della corsa, richiamandomi col pensiero a tante cose buone e belle.
Voglia Iddio compensare la sua bont, con ogni bene per Lei e i suoi cari. Con profonda riconoscenza.
DINA FERRI.
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Ai Genitori, Ciciano (Siena).(23)
Ospedale di Siena, 10 marzo 1930.
Caro babbo,
ti ringrazio di aver mantenuto la promessa.  inutile celarmi ci che  la verit, e potrebbe anche essermi dannoso. Se per una pietosa bugia io fondassi una speranza, la delusione sarebbe pi dura. Del resto non sarebbe troppo facile ingannarmi: in un modo o nell'altro so qual  lo stato mio.
La brutta parola che ti fece impressione quando chiedesti mie notizie al dottor C...., non mi ha scosso troppo. Io sapevo abbastanza sulla peritonite per comprendere che il mio caso non avr certo una, non dico buona, ma contentabile risoluzione. Lo pensai appena mi accorsi che i dottori, visitandomi nel deposito, parlavan tra loro di peritonite, e se non erro lo dissi anche a te. E per ora pare purtroppo confermato il mio dubbio.
 quasi un mese che sono qui, e il risultato quale ? Condizioni generali leggermente migliori, ma la febbre la stessa.
Ora il male ha vinto. Le cure che mi vengono prodigate potranno allungare la mia malattia e certo anche un po' di sofferenza; ma quella  cosa pi trascurabile.
"Quando il dolore  passato - diceva Socrate - si prova il gran piacere di non soffrir pi." Socrate, per, era il pi gran filosofo della colta Atene e poteva dire queste cose ai suoi scolari poche ore prima di bere la cicuta. Per guardare verso di lui bisogna troppo sollevarsi, per, ed io son tanto piccola, e poi ora con tanto tempo che sono nell'ombra, il sole mi colpirebbe lo sguardo.
Insomma far il possibile per mantenermi calma. Ne ho il dovere perch voi lavorate e soffrite per me.  appunto il vostro affetto che mi guida e mi sorregge. Ormai ogni altro desiderio  svanito, ogni volont si  piegata come un giunco, e ci che prima era lo scopo della mia vita  lontano ed estraneo a me.
Qui, dove la morte alita il suo gelido respiro, non sento pi, come cost, la ribellione della mia giovinezza e non penso pi ai peschi in fiore di primavera. Prima non mi saziavo di sole e di canzoni; ora mi basta quel raggio che mi tocca la coperta e mi contento del cinguetto di pochi passeri al mattino.
Ho visto che qui si ride e si scherza accanto alla morte, e questo prima mi ha disgustato per lasciarmi poi pi isolata in me stessa, con un nuovo vuoto nell'animo. In qualche momento la speranza di tornare migliorata a voi mi si affaccia alla mente, ma  il pensiero di un solo istante. Gi, ma perch ti dico queste cose? Neppure io lo so. Perdonami. Ho bisogno anch'io di dire quello che vuole il cuore, e poi sento staccarmi a poco a poco da voi.
Quante tempeste sono passate su me! Fino a ieri ho resistito, ma ora, caro babbo, la strada  ancora lunga e ripida, mentre io sono stanca e debole. Finch potr proseguir, e tu devi aiutarmi con la tua parola, come sempre hai fatto nei pi scuri momenti della mia vita.
Davvero, quante speranze, quanti sogni accarezzati nella stanchezza del sonno, dopo ore ed ore di lungo lavoro, sono svaniti nel giro breve di pochi mesi! Meglio per me e per tutti non avessi desiderato mai cambiare la mia posizione! Infatti, se fossi sempre rimasta vicino a voi e avessi lavorato come da bimba cost, potrei dire di avere impiegato il mio tempo con resultato; cos invece no. Ho saputo solo sognare di rendervi un giorno contenti, ma non avevo mai pensato che i miei giorni fossero tanto pochi!
 proprio vero, come dice un verso di cui ignoro l'autore, che "con vent'anni in cuore - sembra folla la morte, - e pur si muore" (sic). Ma ormai  cos; coraggio e avanti.
Per piacere ti chiederei di scrivermi almeno qualche volta. Tu dici bene che non hai tempo, ed hai ragione; ma dmmi questa consolazione; pensa che da un momento all'altro io potrei peggiorare e morire qui senza rivedere nessuno.
Ho firmato il foglio che mi mandasti, ma non firmer pi nulla. Quello che ho detto, ho detto. Le mille lire devono restare a te e mamma per la vostra vecchiaia.  inutile spendere tanto per me, quando tante spese non devono dar risultato. Da un lato era forse meglio non fossi venuta, ch a quest'ora tutto era finito.
Conservate sempre i miei libri e tutte le mie carte, anche se io non dovessi adoprarli pi. Ho poi altre cose da dire riguardo i miei fratelli; ma attender, tanto avr un po' di tempo.
DINA.
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Ospedale di Siena, 22 marzo 1930.
Miei cari,
due righi soli soli.  tardi e tra poco verr il dottore per la visita della sera. Chiesi che venisse babbo per parlare con il dottore, ma mi disse Petra che avevano deciso venire mamma e zio Gianni. Fate come volete; la venuta di mamma, che ha passato mesi interi al mio letto, mi sar di gran conforto. La salute mia  presso a poco la stessa; per diminuiti i dolori e la debolezza.
Qui tutti sono tanto buoni. I dottori curano con gran diligenza, la suora  una vera suora, le infermiere attendono premurose al loro servizio e gentili sono le malate. Se la febbre mi lasciasse una buona volta! Ma si difende accanitamente nel suo turrito castello che ha reso inespugnabile con lavoro di lunghi mesi. Portatemi il mio cucchiaino da caff, il bicchiere che adoperavo nella malattia, cio uno di quelli rigati bianchi, carta da lettere, francobolli da 50 e da 20, fazzoletti da naso, due tavolette di burro, (uova di pi), mezza forma di cacio (non per me), e tante viole se ci sono. Orietta pu farmene dei mazzi con delle foglie, e accomodarle in una scatola con muschio perch non si sciupino o appassiscano.
Saluti a tutti. Eugenia che fa? Ditele che mi cerchi le viole.
DINA.
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Ospedale di Siena, 5 aprile 1930.
Caro babbo e cara mamma,
vi scrivo, ma cosa dir? Quello che mi verr alla mente. Della mia salute non so proprio cosa dire.  inutile sperare. Quello che tante volte ho dubitato  purtroppo vero. Il male ha vinto ormai. E che possiamo farci? Non resta che sottomettersi alla volont di Dio. Spero che Egli mi dar forza e coraggio per affrontare qualunque cosa possa accadermi, e infine la morte, che  un po' troppo scura per la mia et e per la mia fantasia desiosa di spazio, di sole, di canti, di prati e di voli. Ma non temete che stia troppo triste. Non rido spesso perch non  il mio carattere; per neppure mi affliggo troppo. Mi sono abbastanza abituata a questa vita e il brutto andamento della mia salute  pi che regolare, e perci incomincia ad essermi indifferente o quasi. Pazienza e avanti! Quando la bella Signora dall'abito nero verr, vedremo di darle la benvenuta, perch  un'ospite anch'essa, e il vincolo dell'ospitalit fu sempre sacro tra tutti i popoli, pi o meno civili che fossero. Non so per se presso gli antichi la benevolenza dell'ospitalit si estendesse fino alla bella Signora che addormenta l'ultima volta sotto la carezza delle sue gelide dita; ma questo poco conta, e poi... non pensiamoci pi.
Dunque le cure sono ancora le stesse, pi una puntura endovenosa, che si fa, cio, nelle vene del braccio. Me ne hanno fatte sette. Quale sia il resultato non lo so. Credo quella.... confusione generale che si avverte dopo con caldo al capo. Ma pazienza. Mi dispiace molto per voi che spendete e per chi lavora curandomi davvero con bont e coscienza di compiere il proprio dovere per il bene altrui. Che possiamo farci? Ormai  cos. Pretendere di guarire sarebbe come gettarsi in mare e voler rimanere asciutti. Solo mi dispiace che resto lontana da voi.
Lavoro studio e male mi hanno tenuta quasi sempre e per lunghi periodi lontana. Avevo tante speranze e tanti propositi e ora non mi resta pi nulla.
E voi che fate? Pensate qualche volta a me? Cosa lavorate? Come va la campagna? Sbocciano i fiori? Ci sono i fiordalisi e i pensa-a-me? Se s, portatemene. Desidererei che piantaste rosai, crisantemi, ecc. al podere dove tornerete. Se ci sar li coglier con le mie mani, se no li porterete ove mi trover.
Curate ora e sempre i miei libri; anche se io non li adoprer pi, desidero che siano conservati e bene. Essi sono tutto per me: la gioia semplice della mia fanciullezza e la speranza della mia giovent. Tante cose mi avevano rivelato in silenzio, e io imparavo ad amare e godere le cose belle e buone. Erano i miei amici fidi e non ciarlieri, e sola con essi vivevo per ore e ore in un mondo tutto spirituale, pieno di sentimenti e di affetti pi belli e pi puri.
Vi ringrazio di tutto quanto avete fatto per me. Perdonatemi i dispiaceri che vi ho dato e che forse vi dar. Il mio affetto per voi  sempre stato grande. Solo ora lo sento di pi perch mi vedo staccare a poco a poco da voi, proprio adesso che lavoravo nella speranza di rendervi contenti. Voi avete fatto tanto per me e io non ho fatto nulla per voi. Siate certi per che se avessi potuto, vi sarei stata vicina con affetto e con cure, appena ne avessi scorto il bisogno.
Quanto  stato fatto per me! Invece io non ho fatto nulla per nessuno.
E allora, cosa  stata la mia vita? Nessuna utilit  venuta da me, e quindi io sono vissuta per il sacrificio altrui. Per  triste guardare nel passato e accorgerci che nessuna cosa buona rimane di noi. E allora perch siamo vissuti? Senza scopo. Ma la colpa  nostra, poich la natura d ad ogni essere, per basso che sia, la sua missione. Esso sa che il tempo  breve, deve affrettarsi a ricercarla e compierla con sentimento e coscienza.
Ma a che parlare di ci? Parliamo di altre cose.
Grazie della roba che avete portata e mandata. Poich mi chiedete con insistenza di che cosa ho bisogno, vi rispondo che proprio bisogno non ho che di uova, perch il dottore insiste sempre che le prenda. Poi, l'altra roba, per quanta ne mangio, posso mangiare ci che mi dnno.  spesa minore e non ci sono incomodi per nessuno, cosa che mi urta affatto. In quanto poi se volete portare voi qualche cosa ve ne faccio la nota. Se vi paresse lunga, diminuitela. Biancheria, uova, un pezzetto di cacio freschetto, ma che fosse buono, francobolli, cartoline postali, biscotti, ma che fossero buoni, come piacciono a me. Di quelli che doveva prendere babbo, ce li ho gi. Prendeteli a Chiusdino e qualche pasta, ma di varie qualit, cos saranno freschi e poi ce li troverete a modo mio. Se per questo vi secca per l'acquisto o per la spesa, fatene pure a meno, ch sar contenta lo stesso. Non sono poi n contessa n marchesa e vedo che mi lamento meno di altre riguardo al vitto. Si sa, siamo all'ospedale. Quando non fa.... si regala generosamente... alla buca dell'acquaio, credo senza farla tanto lunga e pensar tanto su una cosa cos semplice. Ce ne sono tante da pensare!
Portate una saponetta di quelle che adopro io e uno spazzolino nuovo da denti e la mia boccetta di acqua di Colonia ben tappata. Potreste riempirla da Angiolina.
Amilcare che fa? Cosa dice?  certo come sempre raccolto in s col cuore generoso, pronto a dare senza nulla chiedere. E Orietta? Dice che non sa cosa dirmi, vero? E con quella scusa a Dina non si scrive mai! Ma se per le domandassi delle retine di ultima moda, saprebbe dirmi qualcosa?
B', b', le regaler io una retina elegante, ma col desiderio per di scapaccionarla se in qualche ora nera la vedr accomodarsela troppo a lungo avanti allo specchio. Gi stasera ho delle idee strane. E poi ho il mal di denti, dunque...
Quando mercoled, babbo, arrivi a Siena, vai a cercare i miei diarii. Gira pure tutta Siena, ma non venire senza. Ti far vedere un libro, dove sotto la mia fotografia si parla di me.
Ora non ho pi voglia di scrivere e mi addormento.
Addio.
DINA.
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Ospedale di Siena, 21 aprile 1930.
Miei cari genitori,
domando prima notizie di mamma perch sono molto in pensiero. Come sta? A che punto  la temperatura? Si cura e si riguarda col cibo e con tutto come deve?.... Mando per mamma, ma proprio per lei, un po' di biscotti di ogni qualit che possiedo perch li metta nel latte o li prenda cos bevendoci sopra quel Vin Santo e quella Marsala che sono in cantina. Ne beva, o ne prenda in altro modo, come nel caff, nella minestra, in zabaione, ecc., almeno tre uova ogni giorno. Mi raccomando, fatele ci che vi dico.
Non vi affliggete troppo per me. Che importa se io muoio? Tanto non saprei far niente per nessuno. Vedete? Voi avete fatto tanto per me, e io non vi ho dato che dolori. Voi mi assistevate notte e giorno, e ora che avete bisogno non posso portarvi un bicchier d'acqua.
Quando Ciro nelle famose conquiste tocc le Indie, fece prigionieri nove grandi filosofi che dovettero rispondere a difficili domande. A uno fu chiesto fino a quando fosse utile vivere. "Fino a che l'uomo non reputi meglio morire", rispose.
Io giudico inutile vivere ancora.
Perch non fate qualche volta come vi chiedo, portando o mandando la roba? Gi, avete ragione. Non occorre, come dissero alla povera Infelice, tanto ammattimento, se dobbiamo turarci il capo.
Mi hanno fatto tagliare i capelli come alle altre. Li conservai, perch li teniate per memoria quando sar morta.
Saluti a nonna e a tutti chi ricorda di me.
DINA.
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Ospedale di Siena, 9 maggio 1930.
Babbo,
perch non ho pi avuto un rigo? A chi si trova in queste condizioni solo e perseguitato senza tregua dal male, fa assai meglio una parola che le uova e le robe che mi avete mandate. Babbo, perch mi dimenticate?
Domani, mercoled, vieni; se  possibile, vieni sabato, non mai in giorno che non  passo. Vai dal dottore, e chiedigli come va, senza dire che te l'ho detto io e che ti ho chiamato qua. Intanto posso dirti che disperata come ora non sono mai stata. Di qui non voglio spiegarmi di pi. Ho certo qualche altro male. Vieni!
La fortuna mi assiste e non so quanto devo ancora soffrire prima di morire fra queste mura. Iddio mi vede nel cuore e mi aiuter. Porta una boccetta di olio e una di marsala buona. E poi tanti fiordalisi.... mi fareste piacere.
Hai pensato a ringraziare tutti, ma non Suor Alfonsina che lo merita tanto.
DINA.
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Ospedale di Siena, 2 giugno 1930.
Caro babbo,
....credevo che eravamo gi intesi e speravo che non avresti fatto nessuna cosa senza avermi prima avvertito. Che ti prese di scrivere al Dottore? Non dissi anche a mamma che non sarei venuta che quando il Dottore avesse perduto ogni speranza? Di dottori a cui piacciono le uova ne conosco abbastanza. Ora che la fortuna, chi sa per quale suo nuovo capriccio, me ne ha fatto incontrare uno coscienzioso, aspetter la sorte qui. Se ci muoio, pazienza.  andato tutto a rovescio in ogni cosa, che vada a modo questo, non spero troppo.
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Intanto mandami un po' d'uova, un po' di formaggio (che sia buono e non troppo salato), le mele che ci sono, due o tre pezzettini di cervello fritto, come sa mamma; non lo friggete dove l'altra roba, ma in un tegame poco adoperato. Se le mele fossero tre o quattro, due cuocetele in forno, l'altre crude....
Avevo da scriverti una lettera di altro genere, ma ora non  tempo.
Ricordate i fiordalisi.
Scrivi alla signora Direttrice e ringraziala tanto di quanto ha fatto e fa continuamente. Poi piglierai un bel fiasco di vino, bianco o nero poco importa. Importa invece che sia molto buono. Guardate, roba buona o niente.
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Addio. Qui tutte dormono. Solo dalle sale pi lontane giungono dei gemiti. Voci deboli di bimbi e voci forti di uomini. Io penso a voi; il letto mi sembra di pietra perch ho le ossa indolenzite dalla febbre. Se ci fosse mamma a farmi i massaggi come cost!
Buona notte.
DINA.
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FINE.
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NOTE al testo.
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(1) Il babbo di Dina Ferri fu socialista molto acceso, anticlericale e ateo. La figliuola, ragionando con lui, lo ricondusse a credere nella Patria e in Dio. La Ferri, avuta notizia dell'attentato a S. E. Mussolini, scrisse nel suo Diario di quinta elementare, sotto la data 8 aprile 1926, queste sue impressioni sul triste fatto: "Udendo l'avvenuto, il mio cuore si scosse di sdegno, ma contemporaneamente esult di gioia, perch l'uomo illustre  salvo e anche perch l'assassina non  italiana.... Il nostro vessillo  ancora esposto, sventola lieto e sereno al bel sole d'aprile.... sembra salutare il Duce. Ove si potrebbe trovare un altro uomo dal braccio di ferro, la volont ferma, il freddo coraggio, che in un momento difficile come questo, con simile energia sapesse guidarci sulle alte vie che ci fanno un popolo civile e forte, ammirato e temuto dal inondo intiero?"
(2) Questa lirica fu inspirata alla Ferri dalla morte di una sua cuginetta, Leontina, di undici mesi, e scritta mentre faceva la quinta elementare nella scuola di Chiusdino.
(3) Anche questa poesia fu inspirata dalla morte della cuginetta.
(4) Il nonno Angiolo Ferri, mor il 22 dicembre 1927.
(5) Questa prosa, scritta nell'Istituto di Santa Caterina, ove fu accolta nell'ottobre del 1927, rievoca i ricordi dell'infanzia e della nonna Caterina, e si chiude con il ricordo di una tomba: quella della cuginetta.
(6) Ancora il ricordo d'un piccolo innocente, figlio di poveri contadini, morto fra gli stenti durante la guerra.
(7) Questa breve pagina dedicata all'uccellino del freddo, non suggerisce raffronto alcuno con la ben nota poesia del Pascoli nei Canti di Castelvecchio, che la poetessa, di fatto, non conosceva, e che al poeta di Barga fu probabilmente inspirata dalla descrizione che, dello scricciolo, fece Alberto Bacchi della Lega in Caccie e costumi degli uccelli silvani, a pag. 232 del volume edito in Citt di Castello presso il Lapi (Terza edizione, 1910).
(8) Marcella era una povera pastora raccolta orfana in una casa di contadini presso Ciciano ed amica della Ferri.
(9) Zoira era un'amica della poetessa e mor giovanissima.
(10) La Ferri raccolse la leggenda del Castello e la storia di Marco il pastore dalla bocca delle genti della sua montagna.
(11) Il racconto di guerra qui narrato non  invenzione fantastica. Ella lo ud, una sera, a veglia, dallo zio Armando Ferri, che fece la guerra come semplice fante e poi mor tisico nell'ospedale di Livorno il 30 gennaio 1922.
(12) Le Cornate di Gerfalco, dalle cui vette la piccola Dina vide di lontano per l'unica volta in vita sua il mare, sono nella Maremma massetana. Sotto una tale denominazione sogliono appellarsi due gioghi di una montuosit a schiena di dromedario, che possono riguardarsi come il contrafforte occidentale del Poggio di Montieri che sovrasta il borgo di Ciciano.
(13) Anche questo racconto di guerra, riferito dalla scrittrice, ella lo ud narrare da un testimone oculare del fatto, il valoroso fante Alfredo Sdecutelli di Chiusdino, decorato al valore.
(14) La Ferri ferma in questa pagina del suo Quaderno la commozione provata nel vedere le due statue che sono al cimitero senese della Misericordia: l'Ezechiello dello scultore Tito Sarrocchi, e la famosa Piet di Giovanni Dupr.
(15) In questa prosa la Ferri descrive il suo arrivo a Ciciano, quando, fanciullina, dal podere Prativigne nella terra di Radicondoli, la sua famiglia si trasfer nel podere San Carlo presso Ciciano.
(16) Menestrello, Il ritorno del Cavaliere, La leggenda di San Galgano.
Queste liriche rievocano i racconti uditi dalla vecchina di Ciciano da bimba. Per la leggenda di San Galgano, si veda il mio libro Mistici senesi, pp. 58-62. Siena, Giuntini Bentivoglio, 1913.
(17) Questa mirabile pagina che ci d la visione di Siena e di Santa Caterina  inspirata da Fontebranda, la fontana da cui prende nome il quartiere ove nacque la Santa.  la fonte famosa che Dante ricorda nella terzina 76-78 del XXX canto dell'Inferno.
(18) Come ho accennato nell'Introduzione, la poetessa compose questa preghiera quando fu certa della sua fine, nel maggio del 1930. La suora che l'assisteva mi attest che ogni sera la Dina prendeva a leggere il suo Quaderno, e, non conoscendone la ragione, la suora, incuriosita, una volta le chiese perch si mettesse a leggerlo in quell'ora. E la Ferri, senza darle altre spiegazioni, rispose: Prego.
(19) La lirica fu inspirata alla Ferri da una povera malata che la mattina della morte, in un letto poco discosto dal suo, nel delirio della febbre, si era messa a un tratto a cantare con voce meravigliosa.
(20) In questa prosa e nella lirica, scritte otto giorni prima della morte, la poetessa avverte il presagio della prossima fine ed esprime il desiderio supremo di perdersi in Dio.
(21) Aldo Lusini, senese, poeta e critico d'arte, - valoroso combattente nella grande guerra e fascista dal 1922 - dirige con me la Rassegna La Diana. Fu il primo a pubblicare nel II Fascicolo della III annata (1928) del nostro periodico un saggio delle liriche di Dina Ferri ed ha ora contribuito fraternamente alla stampa di questo libro. Nelle lettere a lui dirette ci viene testimoniata la gelosia della poetessa per il suo Quaderno, ch'ella voleva tenere sempre presso di s. Inviandolo all'amico Lusini si dice "fiduciosa che non andr in mano di altri".
(22) La Ferri possedeva diversi miei libri: quello inviatole da Roma ed al quale accenna in questa lettera  il Monte de l'orazione, una raccolta di antiche preghiere, pubblicata presso la Libreria Editrice Senese nel 1925. Ci ricordo per osservare che non una delle preghiere antiche da me raccolte in quel volume echeggia, pur lontanamente, la preghiera della Ferri.
(23) Le poche lettere inviate ai genitori dall'Ospedale di Siena sono, come pu vedersi, le testimonianze pi importanti sulla tragedia spirituale della poetessa. Esse mostrano a nudo la sua anima semplice e generosa. Il libro contenente un suo ritratto cui s'accenna in fine della terza lettera  L'Arcilibro 1929, citato nella Bibliografia. Suor Alfonsina, ricordata nella penultima lettera,  la Figlia della Carit che assistette la poetessa durante tutto il tempo che fu ammalata all'Ospedale.
(24) Sono stampati in maiuscolo tutti i titoli delle poesie.
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BIBLIOGRAFIA.
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Dina Ferri, ne La scuola in Toscana, Anno 3, n. 9. Firenze, 1926.
A. LUSINI: Una poetessa della campagna senese, ne La Diana. Anno 3, fascicolo 2. Siena, giugno 1928.
Una poetessa pastora nella campagna senese ne Il Messaggero. Roma, 29 giugno 1928.
Pubblicazioni senesi, ne Il Telegrafo. Livorno, 3 luglio 1928.
Una pastorella senese, ne Il Giornale d'Italia. Roma, 7 luglio 1928.
Una nuova poetessa senese, ne La Nazione. Firenze, 9 luglio 1928.
Le poesie di una pastorella, ne La Tribuna. Roma, 15 luglio 1928.
G. MARANGONI: Rassegna del libro bello, ne La Casa bella. Milano, agosto 1928.
Una poetessa contadina, ne La Fiera Letteraria. Milano, 2 agosto 1928.
P. MISCIATTELLI: La poesia di una pastora, ne La Stampa. Torino, 28 settembre 1928.
E. VANNI: Dina vince Beatrice o il marchese Misciattelli per una pastora senese, nel Corriere Padano. Ferrara, 30 settembre 1928.
A. GARSIA: Panorama toscano, ne L'Arcilibro. Milano, Ravegnati, 1929.
P. MISCIATTELLI: La poesia di una pastora (con la pubblicazione della lirica All'Italia), ne Il Popolo Senese. Siena, 13 maggio 1929.
La morte di una giovane scrittrice, ne Il Telegrafo. Livorno, 19 giugno 1930.
La morte di una pastora poetessa, ne La Nazione. Firenze, 19 giugno 1930.
La morte di Dina Ferri poetessa pastora, ne Il Nuovo Giornale. Firenze, 20 giugno 1930.
I funerali di Dina Ferri, ne Il Telegrafo. Livorno, 20 giugno 1930.
I funerali di Dina Ferri, ne La Nazione. Firenze, 20 giugno 1930.
A. LUSINI: La poetessa pastora (con la pubblicazione della lirica Part e dell'ultima preghiera), ne La Rivoluzione Fascista. Siena, 21 giugno 1930.
P. MISCIATTELLI: L'ultima visita a Dina Ferri, ne La Rivoluzione Fascista. Siena, 21 giugno 1930.
Commemorazione della pastora poetessa (tenuta da A. Lusini alle alunne dei R. Conservatori Riuniti di Siena la sera del 19 giugno 1930), ne La Rivoluzione Fascista. Siena, 21 giugno 1930.
La morte di una pastorella poetessa, nel Corriere della Sera. Milano, 21 giugno 1930.
La morte di una giovane poetessa, ne Il Giornale d'Italia. Roma, 21 giugno 1930.
Commemorazione di Dina Ferri, ne Il Telegrafo. Livorno, 21 giugno 1930.
La morte di una pastorella poetessa, nella Gazzetta del Popolo. Torino, 21 giugno 1930.
La morte della pastorella poetessa, ne La Sera. Milano, 21 giugno 1930.
La morte di una pastorella poetessa, ne La Stampa. Torino, 21 giugno 1930.
La pastorella poetessa muore nell'Ospedale di Siena, ne La Tribuna, Roma, 21 giugno 1930.
La morte di una poetessa pastora, ne Il Giornale dell'Arte. Milano, 29 giugno 1930.
Morte d'una poetessa, ne L'Italia Letteraria. Roma, 29 giugno 1930.
O. LOMBARDI: Dina Ferri, poetessa senese, ne Il Telegrafo. Livorno, 4 luglio 1930.
E. COZZANI: La pastorella senese, ne L'Eroica. Anno XVIII, Quaderno 144-145. Milano, settembre 1930.
A. LUSINI: L'anima e l'arte di Dina Ferri pastorella senese, ne La Diana. Anno V, fascicolo III. Siena, settembre 1930.
A. LUSINI: L'anima e l'arte di una pastorella senese, ne Il Telegrafo. Livorno, 30 settembre 1930.
L. FELICI: La pastorella senese, ne I diritti della scuola. Roma, 5 ottobre 1930.
A. LUSINI: Poetessa e pastora, ne L'Italia Letteraria. Roma, 12 ottobre 1930.
F. M. MARTINI: Il diario lirico di una pastorella senese, nel Corriere della Sera. Milano, 2 gennaio 1931.
L. T.: Foglie cadenti, nel Regime fascista. Cremona, 8 gennaio 1931.
P. GANDIN: La poesia di una pastorella senese, ne Il Popolo Toscano. Lucca, 20 gennaio 1931. (Questo articolo fu riprodotto nel Corriere Emiliano di Parma del 7 marzo 1931; ne Il Popolo di Sicilia di Catania del 10 marzo 1931 e ne Il Popolo di Brescia del 13 marzo 1931).
SUON MELODIA: La poetessa pastora, nel Tricolore. Roma, 5 marzo 1931.
Conferenze-letture su Dina Ferri sono state tenute dal poeta ALDO LUSINI al Lyceum Femminile di Firenze (il 29 dicembre 1930), al Circolo Fascista di Cultura di Grosseto e di Pisa (il 4 e il 14 febbraio 1931), al Sindacato Fascista dei Giornalisti di Napoli e al Lyceum Femminile di Roma (il 27 e il 28 febbraio 1931).
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FINE.